Annali 1

ANNALI DELLA FONDAZIONE VERGA
Anno 2008 – N. 1
(a cura di Daria Motta)


FRANCESCO BRANCIFORTI , Per la storia di “Caccia al lupo”: novella e dramma
Sulla base di un fortunato acquisto antiquario della Fondazione Verga, un testo a stampa della versione teatrale di “Caccia al lupo” con una correzione iterlineare autografa di Verga poi passata nell’edizione successiva, Branciforti ricostruisce la tradizione del testo narrativo e drammatico. Il percorso del testo della novella, in molti punti oscuro, pare chiuso intorno al 1897, prima della sua conversione in testo teatrale, con una costellazione di testi ‘prove d’autore’ in parte arrivati fino a noi e in parte perduti. Branciforti, basandosi anche su stralci del carteggio con Dina Sordevolo, ricostruisce come s’inserisca in tale percorso il testo teatrale, anche in obbedienza allo statuto del diverso genere. Egli infine prende in considerazione anche la progettazione di una sceneggiatura cinematografica, che doveva ristrutturare il testo secondo un nuovo linguaggio espressivo.
Pag. 7-39
 


ALESSANDRA SANTI, La lingua del Verga tra grammatica e stilistica: scritto e parlato nei “Malavoglia”
L’indagine testuale che si propone, tesa soprattutto a indagare il rapporto oralità-scrittura nei “Malavoglia”, ha fatto emergere, sulla base di un’ampia documentazione, una straordinaria attendibilità di Verga nella mimesi del parlato. L’analisi linguistica del testo, non sistematica ma fondata su un’ampia rassegna tendenziale, ha rilevato i principali tratti morfosintattici e testuali finalizzati alla mimesi del parlato, nel discorso del narratore, in quello diretto e in quello indiretto libero. Ciò rappresenta anche un importante documento ai fini della conoscenza dell’italiano parlato di fine Ottocento, che le grammatiche per lungo tempo hanno censurato. È soprattutto con la sintassi che Verga dimostra di essere un profondo conoscitore e fruitore dell’oralità, i cui tratti principali riesce a dosare nel testo con abilità e a far coesistere con altri più marcatamente letterari.
Pag. 41-92
 


DORA MARCHESE, Paesaggio e scrittura nelle “Rusticane”: “Di là del mare” e “I galantuomini”
Seguendo il filo rosso del paesaggio, elemento non descrittivo ma funzionale al racconto, si dimostra come “Di là del mare”, ultima delle “Novelle rusticane”, costituisca un ponte tra questa raccolta e la successiva “Per le vie”. Al pari di “Fantasticheria”, la novella è un manifesto dell’ideologia verghiana: i motivi dell’ostilità della natura e dell’indifferenza del creato rispetto all’uomo, che solo attraverso la letteratura può eternarsi, attraversano tutta la materia delle “Rusticane”, collegando personaggi umili e borghesi. Il paesaggio, non reale ma interiorizzato, acquisisce la funzione di ‘inscape’, trasfigurazione lirica di ideologie e sensazioni. Gli stessi temi sono presenti anche nella novella “I galantuomini”, in cui le descrizioni paesaggistiche hanno uno spazio pregnante e veicolano il pessimismo e la concezione materialistica dello scrittore.
Pag. 93-136
 


GIORGIO LONGO, Traduttori-imitatori: Rod, Eekhoud, Verga
Ricostruendo dai carteggi gli scambi tra gli autori, Longo ripercorre le tracce dei rapporti e dei confronti tra Verga e i suoi traduttori d’oltralpe, lo svizzero Rod e il belga Eekhoud, e le interferenze prodotte dallo scrittore siciliano sulla produzione narrativa dei due traduttori. Da una parte, Rod assimilò molte delle istanze veristiche e le trasmise anche a Zola, dato che motivi verghiani, oltre che nelle opere dello svizzero, si ritrovano persino ne “La joie de vivre” del 1883. Dall’altra, la traduzione dei testi verghiani servì a Eekhoud ad allontanarsi dai moduli del naturalismo, consentendogli di assimilare un ideale artistico e linguistico più vicino a quello di Verga. L’impregnazione verghiana è evidente soprattutto in alcune novelle del belga, appartenenti alla raccolta “Les nouvelles kermesses”, del 1887, pur nella differente ideologia sottesa ai testi.
Pag. 137-152
 


MARIA DI VENUTA, “L’ebbrezza”: un racconto incompleto e postumo di Federico De Roberto.
L’autrice ripropone “L’ebbrezza”, il secondo dei tre racconti postumi di De Roberto pubblicati su “La fiera letteraria”, nel 1928, con una introduzione stilistico-tematica e con una dettagliata disamina della storia filologica del testo e dei criteri dell’edizione critica. Il tema della novella, incompiuta, riguarda il viaggio marino e un momento della vita del capitano di fregata Ardani, alter ego di De Roberto, uomo pacato e casto che vive nel profondo rimpianto della giovinezza e nella convinzione di essere giunto alla fine dell’esistenza. Sullo sfondo del panorama delle Cicladi, che rimanda ai miti del mondo classico, l’uomo incontra una mondana donna americana, forse prefigurazione stessa della morte.
Pag. 153-213
 


ROSARIA SARDO, Gli ‘scarabocchi marginali’ di Capuana alla “Sorte” di De Roberto
Dopo il suo iniziale rifiuto di pubblicare sul “Fanfulla” una delle novelle di De Roberto che poi sarebbero confluite ne “La Sorte”, Capuana guidò il più giovane scrittore, attraverso le sue correzioni al manoscritto, nella ricerca di soluzioni espressive adeguate e di una lingua d’uso. Non fu un magistero a senso unico, ma un vero e proprio dialogo in cui il discepolo aveva un ruolo attivo e il maestro, a sua volta impegnato nelle correzioni di “Giacinta”, metteva a punto i propri orientamenti linguistici. La Sardo mette in luce, con molte documentazioni testuali, l’esistenza di una ‘officina verista’, resa materiale dai fitti scambi tra Verga, Capuana, De Roberto, Gianformaggio e Di Giorgi. L’analisi delle varianti, esaminate da un punto di vista storico-linguistico più che filologico, vuole cogliere le linee di tendenza nell’uso linguistico degli autori in rapporto a quelle coeve.
Pag. 215-261
 


MARIA VALERIA SANFILIPPO, La ‘duplice bestia nera’ di Capuana
L’articolo ripercorre cronologicamente la storia della scrittura teatrale di Capuana, raccogliendo la messe di annunci e recensioni della stampa militante e riportando un’eco del giudizio del pubblico, spettacolo per spettacolo. In tal modo si delinea la storia dei rapporti tra Capuana e la sua ‘duplice bestia nera’, ossia il pubblico e la stampa, attraverso una dettagliata ricerca documentaria che spazia dagli articoli dei giornali a numerosi stralci degli epistolari. Oltre alle opere teatrali scritte da Capuana (dalla riduzione teatrale di “Giacinta”, del 1886, a “Quaquarà”, del 1915), sono prese in considerazione anche le diverse traduzioni, o ‘riduzioni’, di opere nazionali o straniere.
Pag. 263-389
 


 

 

 

 

Annali 2

ANNALI DELLA FONDAZIONE VERGA
Anno 2009 – N. 2
(a cura di Daria Motta)


GIUSEPPE GIARRIZZO, I costi “umani” del progresso. La civiltà dell’Europa fra Otto e Novecento
Ne “La Sicilia e il brigantaggio” del 1892 Capuana giustifica la scelta di mostrare gli aspetti più arretrati della Sicilia adducendo l’esclusiva attenzione dei veristi alle ‘ragioni d’arte’, e non a ideologie politiche, nel tentativo di ‘afferrare qualche fatto eccezionale, residuo di un passato non lontano, ma sparito per sempre’. Da questa ‘autodifesa’ trapelano un’ambiguità di giudizio sui costi della civiltà – che salda le posizioni dei veristi ad alcune che si facevano strada in Europa – e l’incapacità, comune anche a Verga, di interpretare la crisi europea di fine secolo. Così è interpretata anche la rinuncia di Verga a “La duchessa di Leyra”: all’impossibilità di ritrarre la realtà dei sentimenti nelle classi più elevate si oppone infatti la pubblicazione quasi coeva dei “Vicerè” di De Roberto, autore dotato di migliori strumenti di interpretazione del mondo contemporaneo.
Pag. 9-14
 


GABRIELLA ALFIERI, “Puntate” di critica linguistica sul verismo
Per ripercorrere la densa critica linguistica su Verga dal 1981 a oggi, la studiosa individua due approcci di lettura testuale: quello che divide il testo in stringhe in base ai livelli linguistici e quello che correla i diversi livelli in un unico spessore espressivo. Dà maggiore spazio al secondo approccio, e in particolare alle letture che integrano un livello di lettura grammaticale a uno retorico e stilistico. I testi critici su Verga, ma anche su Capuana e De Roberto, vengono recensiti anche in base alle tipologie di intervento critico-linguistico: vi sono medaglioni nelle storie letterarie o saggi su singole opere, critiche linguistiche fondate su scandagli filologici – particolarmente importanti quelle di C. Riccardi, M. Spampinato ed F. Branciforti- e vere e proprie letture linguistiche dei testi. Su queste ultime, in particolare, viene condotta una ricognizione che ripropone alcune delle più importanti acquisizioni critiche degli ultimi decenni, dalla sintassi percettiva all’iconismo semiotico, che lega rappresentazione visiva e modelli verbali, al recupero dell’intramatura retorica sottesa ai romanzi e alle novelle verghiane.
Pag. 15-42
 


GIORGIO LONGO, Al di là del muro: Verga e il Verismo in Francia
Longo si sofferma sulla questione della difficile ricezione verghiana in Francia, sottolineando come questa sia stata da subito influenzata dai difficili rapporti franco-italiani e dai giudizi sul Naturalismo e sulla scuola di Médan. Mentre in area anglosassone la fortuna verista è legata al nome di D.H. Lawrence, in Francia la ricezione del verismo è legata a una serie di ‘occasioni mancate’, sin dall’impossibilità di ottenere la mediazione del traduttore G. Herelle. Sul versante critico, poi, ha pesato una cattiva disposizione nei confronti del Naturalismo, a cui il verismo era sempre associato. Da questa attitudine comparatista si distaccano in pochi, tra cui Cremieux e Pezard, che riescono a studiare Verga ‘solo’ come un grande autore letterario. Anche il pubblico ha mostrato una prolungata indifferenza, nonostante recenti tentativi editoriali legati alla buona traduzione di Darmon.
Pag. 43-61
 


CLAUDIA OLIVIERI, “Discorso anomalo” su Verga e la Russia
L’aggettivo del titolo, mutuato da un saggio di Campailla che istituisce un confronto tra “L’asino di San Giuseppe” di Verga e “Cholstomer” di Tolstoj, apre la via alla disamina delle ‘anomalie’ della ricezione verghiana in Russia e, in parallelo, dei modi in cui si sia formato l’immaginario russo di Verga. Dopo aver riproposto alcune letture critiche che individuano influssi della letteratura russa nella produzione verghiana, si prendono in considerazione gli ‘anomali’ traduttori di Verga in Russia – una donna, un esule politico, la sorella di Lenin – e le ‘anomalie’ della ricezione del verismo, caratterizzata da fraintendimenti formali, contenutistici e ideologici. L’articolo, infine, si sofferma sulle traduzioni di Verga in Russia e su alcune figure, come quella dello slavista Domenico Ciampoli, che insegnò a Catania, che possono aver contribuito ad alimentare l’immaginario slavo del tempo.
Pag. 63-76
 


ROMANO LUPERINI, Debenedetti interprete di Verga
Si ripercorrono gli snodi fondamentali del percorso critico di Debenedetti su Verga dal 1951 al 1966, anni in cui il panorama critico è mutato sostanzialmente. Debenedetti evita di vedere in Verga un anticipatore del ’900, riconducendolo al suo tempo e al rapporto tra naturalismo e simbolismo. Con gli strumenti psicanalitici individua nel ripudio di “Una peccatrice” la ‘confessione involontaria’ della sofferenza di Verga per la sua condizione di escluso, che percorrerà tutta la sua opera. Ma in certi casi il critico forza troppo la tecnica del presagio, secondo cui i contenuti mondani prefigurano quelli rusticani. Limite di questa impostazione, secondo Luperini, è quello di porre come questione di contenuti un problema di atteggiamenti profondi. Debenedetti, poi, in relazione a una concezione affine a quella della ‘extralocalità’ bachtiniana, individua la completa identificazione dell’autore in un personaggio da lui distante. Inoltre, rileva la corrispondenza tra i personaggi dei “Malavoglia” e il paesaggio e postula un’integrazione tra il naturalismo e il simbolismo, intuizione che, per Luperini, merita ancora di essere approfondita.
Pag. 77-84
 


ANDREA MANGANARO, Le novelle verghiane nella critica
Nel ripercorrere il dibattito critico sulle novelle verghiane due sono i punti centrali individuati: il ruolo attribuito alle novelle nell’opera dell’autore (di svolta, di anticipazione o continuità, di sperimentazione…) e il loro ruolo nella storia del genere. Spicca nella disamina anche l’importanza attribuita alle novelle come banco di prova degli strumenti della riflessione critica. Dai momenti embrionali del ‘caso Verga’, come i giudizi di Capuana o le critiche di Croce e Russo, si arriva alle nuove acquisizioni ermeneutiche, i cui effetti si vedono tra l’altro nel superamento della ‘barriera del naturalismo’ come ostacolo tra Verga e la modernità. Legata a volte univocamente al contesto socio-ambientale dalla critica storicistica, l’opera di Verga è stata vista poi dalla ‘giovane’ critica marxista degli anni Sessanta e Settanta anche come simbolica della più generale condizione umana. Essa, poi, è stata esaminata alla luce dello studio dei meccanismi della narrazione. Infine, passando da Pirandello a Lukacs a Compagnino, Manganaro si sofferma sulle peculiarità del genere novellistico e sulle reciproche influenze col romanzo.
Pag. 85-108
 


GUIDO NICASTRO, Il punto sul teatro di Verga
L’interesse critico nei confronti del teatro italiano ottocentesco non è mai stato molto alto, anche in considerazione dei suoi risultati non eccelsi. Non diversa è la sorte del teatro verista, a cui sono stati dedicati negli anni Settanta i due importanti studi di Siro Ferrone e di Anna Barsotti che sottolineano il compromesso tra le forme del teatro borghese e quelle del teatro verista e popolare. In seguito, altri studi, come quelli di Bàrberi Squarotti, Alonge, Tedesco, oltre ai convegni organizzati dal Teatro Stabile di Catania e dalla Fondazione Verga, hanno meglio definito il quadro critico. Andando oltre il folklore presente in opere quali “Cavalleria rusticana” o “La Lupa” e citando le pagine di Szondi, Nicastro si sofferma sui contenuti ‘universali’ di questi testi, e in particolare di un’opera quale “Dal tuo al mio”, tali da porli in relazione con le più grandi opere teatrali europee.
Pag. 109-115
 


MATTEO DURANTE, Una laboriosa ricomposizione verghiana. L’autografo della novella “Vagabondaggio”
Viene ricostruita la storia di “Vagabondaggio”, la novella pubblicata nel 1887 per i tipi Barbèra e riproposta da Treves nel 1901. Il materiale genetico della novella è dato da un avantesto formatosi a partire dai materiali del “Mastro-don Gesualdo”, conservati in parte dalla Biblioteca regionale Universitaria di Catania e, per lo più, nel Fondo dei manoscritti verghiani di Mondadori. Del tutto particolare appare l’iter compositivo che, partendo dalla scomposizione di materiali destinati ad altra funzione, lega la novella ad altri testi nati dalla medesima operazione: “Petit monde”, “Come Nanni rimase orfano” e “Mondo piccino”. In appendice, Durante propone l’ultima lezione di A, l’autografo esemplare spedito alla tipografia nel 1886. Il testo è corredato da un apparato che riporta la dinamica correttoria che ha portato a quella lezione di A e le varianti d’autore seriori.
Pag. 117-177
 


SALVINA BOSCO, Verga on line: dagli autografi alla fruizione digitale
Si ricostruisce la storia della formazione del Fondo Verga della Biblioteca Regionale Universitaria di Catania a partire dalla complessa vicenda delle carte di Verga e della loro ‘cattività’, dovuta a di Vito e Lina Perroni che le tennero dal 1928. Un momento di svolta nella vicenda si ebbe nel 1978, anno in cui venne istituita la Fondazione Verga e gran parte dei manoscritti verghiani furono recuperati. Il corpo di scritti, però, era stato fortemente manomesso e fu quindi molto importante la successiva campagna di acquisti della Biblioteca. Da questo iter complesso deriva la natura del Fondo Verga, fino al momento della stesura dell’articolo non ordinato compiutamente, né completo. Il progetto di ordinamento illustrato segue il piano per l’Edizione Nazionale delle opere di Verga curato da Branciforti, con una struttura a scatole che vede dentro il genere le opere e dentro queste le diverse redazioni, anche distanti nel tempo. Di ogni testo, oltre allo studio catalografico, viene eseguita copia digitale del tutto fedele al manoscritto.
Pag. 179-195
 


GIOVANNI VECCHIO, La novella “Nedda” di Verga e le chiuse da dissodare a Bongiardo
Partendo dai riferimenti presenti nella novella “Nedda” alla località di Bongiardo, appartenente nell’Ottocento al comune di Zafferana Etnea, Giovanni Vecchio dimostra la precisa e documentata attenzione dell’autore verso i luoghi di ambientazione della propria opera. Dai documenti storici e catastali, infatti, si ricostruisce la storia dell’area coltivata a vigneti, dimostrando la grande attenzione verghiana al territorio, già dalla prima opera del ‘nuovo ciclo’ letterario.
Pag. 197-201
 


MARIO TROPEA, Punto (spiritico) su Capuana
Nella triade di scrittori veristi, Capuana fu quello più curioso e più aperto alla sperimentazione in diversi campi, dalla fotografia alla scrittura. Ciò lo portò ad accostarsi ai temi dello spiritismo, ‘di moda’ nell’Ottocento in diversi paesi, non solo europei. Tropea propone una rassegna delle opere in cui Capuana affrontò il tema del soprannaturale o in cui compaiono personaggi che sono spiritisti convinti. Allo stesso tempo, l’autore propone una rassegna della critica sensibile a questo tema o che sullo spiritismo di Capuana ha centrato l’analisi, da Croce ai contributi dell’ultimo decennio, superando così un’impostazione che lega Capuana solo al verismo e al naturalismo.
Pag. 203-216
 


ROSARIO CASTELLI, De Roberto renaissance
Si ripercorre la storia della critica derobertiana e delle operazioni editoriali che, lentamente, hanno riscattato l’autore dall’oblio e gli hanno dato la giusta collocazione nel canone letterario. Dopo l’iniziale stroncatura di Croce, che poi avrebbe condizionato Sapegno e Russo, Castelli individua diversi spartiacque nella storia della critica: gli anni Sessanta, con il superamento dell’impostazione idealistica (Spinazzola, Tedesco, Grana, Madrignani); gli anni Ottanta, con la pubblicazione del Meridiano Mondadori curato da Madrignani, gli studi della Zappulla Muscarà, il primo Convegno Nazionale sull’opera dello scrittore e una nuova ondata di studi di carattere divulgativo; gli anni Novanta, infine, con la definizione del romanzo ‘antistorico’, il Convegno della Fondazione Verga, la monografia della Cavalli Pasini e l’opera critica di Antonio Di Grado. Importante nel percorso critico è anche lo studio sempre più completo dei documenti inediti, in attesa dell’edizione critica dei “Vicerè”. Tra i progetti di ricerca che potrebbero rilanciare lo studio dell’autore, Castelli cita la digitalizzazione del fondo De Roberto promossa dalla Facoltà di Lettere di Catania.
Pag. 217-247
 


OLGA SIGNORELLO, L’opera di Antonino Russo Giusti
Il dettagliato articolo ripercorre le tappe della vita e della carriera di Antonino Russo Giusti, drammaturgo e direttore artistico della “Brigata d’Arte”, compagnia che operò negli anni Trenta a Catania. Delle 28 opere teatrali composte, quasi tutte in dialetto, fu pubblicata mentre l’autore era in vita solo “Un autore d’assalto”; nel 1996, poi, fu pubblicata “L’eredità dello zio canonico”. La caratterizzazione fortemente locale delle opere e la scelta del dialetto furono probabilmente i motivi che ostacolarono la valorizzazione del teatro di Russo Giusti. A ciò si aggiunge la carenza di dati attendibili, a cui tuttavia l’articolo pone parzialmente rimedio. L’opera di Russo Giusti viene ora inquadrata nel contesto storico-culturale della Catania del primo Novecento, caratterizzata da una fervente vivacità culturale, dalla presenza di numerosi teatri e da autori quali Martoglio e interpreti quali Grasso o Musco.
Pag. 249-276
 


MICHELA TOPPANO, “Spasimo” di Federico De Roberto o i compromessi della ragione
“Spasimo”, romanzo spesso considerato dalla critica un’involuzione nella carriera di De Roberto, è una delle opere tarde in cui l’autore cerca di superare la totale centralità della ragione, recuperando un mondo ideale che dia risposta ai quesiti esistenziali. Ma, a cavallo tra i due secoli, il recupero della tradizione impone un compromesso con esigenze più moderne. Il romanzo, che unisce le due linee narrative dell’inchiesta giudiziaria e della biografia, dimostra l’insufficienza e la sconfitta della ragione, dato che una dimensione trascendente contamina la struttura del romanzo poliziesco. Il personaggio della contessa d’Arda incarna una visione non razionale del mondo, ma ‘incantato’ e basato sull’ispirazione e la fede, capace di svelare nuove vie di ricerca.
Pag. 277-299
 


RECENSIONI

RITA VERDIRAME, Narratrici e lettrici (1850-1950). Le letture della nonna dalla Contessa Lara a Luciana Peverelli,
Padova, Ed. Webster – 2009
(Manuela Spina)  
pag. 303-306


 
LUIGI E STEFANO PIRANDELLO, Nel tempo della lontananza, a cura di Sarah Zappulla Muscarà
Caltanissetta-Roma, Ed. Sciascia – 2008
(Laura Marullo)  
pag. 307-311


 

 

Annali 3

ANNALI DELLA FONDAZIONE VERGA
Anno 2010 – N. 3
(a cura di Daria Motta)


GABRIELLA ALFIERI, Verso un parlato nazionale-unitario: l’italiano etnificato di Verga come modello sociolinguistico
A trent’anni di distanza, Gabriella Alfieri riprende la categoria di ‘etnificazione’ linguistica proposta da Nencioni a proposito della lingua di Verga e la proposta che tale scelta estetica si fosse tradotta in modello sociocomunicativo per la comunità dei parlati postunitari. Verga, ‘traduttore’ della parlata popolare, applicava originalmente le istanze socioetiche degli intellettuali della sua epoca, convertendo proclami di idealità estetica in programmi di politica culturale. Viene richiamata la posizione del friulano Valussi, che auspicava interventi educativi rivolti alle masse e la creazione di un corpus testuale monolinguistico e monoculturale. La seconda parte del saggio propone i primi risultati di una ricerca tesa a scandagliare la presenza, nella scrittura di autori otto-novecenteschi, di tratti linguistici indicativi di un avvicinamento al parlato. Il corpus è costituito da testi di autori della letteratura ‘alta’ o della paraletteratura (Fojanesi,Di Giorgi, Mastriani, Invernizio, Zuccoli…).
Pag. 7-30
 


ROSARIO CASTELLI, Garibaldi, i Mille e l’Unità d’Italia nel cinema italiano delle origini
Valutando l’efficacia con cui il cinema italiano ha rappresentato il Risorgimento, Castelli sottolinea come i film storici mostrino come le diverse generazioni abbiamo rielaborato la memoria storica. Il cinema degli albori manteneva la funzione didascalica della trasmissione dei valori risorgimentali che era stata propria della letteratura. Castelli ricostruisce un dettagliato percorso cinematografico in cui la figura di Garibaldi è sempre presente e sempre resa come in un’epopea (si pensi al “Piccolo Garibaldi” del 1912), ma in cui il punto di interesse si sposta da singoli avvenimenti – come la breccia di Porta Pia, resa in una prima pellicola del 1905 – fino a squarci temporali più vasti come nelle produzione di Gallone degli anni Venti. Funzione pedagogica e di propaganda si rinviene nei film voluti dal fascismo, spesso carenti di verità storica, come in “Un Balilla del ’48” (1927).
Pag. 31-44
 


MATTEO DURANTE, “Il fascino poetico della leggenda”. il mito garibaldino e la giovanile poesia del Capuana
Nell’esperienza biografica di Capuana la delusione politica e la caduta dei miti risorgimentali si accompagnò alla delusione privata e poetica dovuta all’insuccesso delle sue prove liriche giovanili – “Il cacciatore delle alpi” e la “Leggenda drammatica. Garibaldi” – e alla coscienza della loro inconsistenza letteraria. Matteo Durante presenta il disincanto di Capuana partendo da un articolo dello scrittore, comparso nella silloge curata dal Comitato Universitario Romano per il centenario della nascita di Garibaldi, in cui l’autore ripercorre le tappe del fiorire della leggenda popolare garibaldina riconoscendola, tuttavia, come una ‘effimera’. Altrettanto effimera era la sua identità di poeta, e se ne ripercorre qui la crisi costellata dai giudizi dei critici contemporanei e dalle parole, tratte dai carteggi, dello stesso Capuana.
Pag. 45-76
 


DENIS FERRARIS, De Roberto e l’invenzione del consalvismo
Il celebre romanzo “I Viceré” di Federico De Roberto rappresenta la vita politica provinciale degli anni compresi tra il 1870 circa e la fine del 1882. La figura più emblematica è quella del giovane Consalvo, ultimo rampollo della famiglia Uzeda, emblema del passaggio dal moderno al postmoderno e prodotta tanto della sua razza quanto di un’epoca. L’articolo approfondisce la creazione e lo sviluppo romanzesco dell’interessante personaggio, tipico uomo spregiudicato e arrivista degli anni di passaggio dalla modernità alla postmodernità. Inoltre, Ferraris ipotizza come, con molta probabilità, tale figura sia un esempio unico nella letteratura dell’epoca. Se De Roberto non inventò né il carrierismo né il modo di fare dei trasformisti o degli opportunisti, egli è stato uno dei primi intellettuali del vecchio continente a descrivere il processo di metamorfosi del giovane immorale in letterato sapiente desideroso di divenire ministro di una monarchia democratica.
Pag. 77-90
 


GIORGIO FORNI, ‘Almeno è certo che andranno al Parlamento solo quelli che sanno parlare…’. Motivi antiparlamentari in Capuana e De Roberto
Il romanzo di De Roberto non mette in scena tanto il trasformismo di un’aristocrazia caparbiamente legata al potere, quanto una nuova funzione della parola e dell’oratoria pubblica, ridondante e impressiva. A ciò, soprattutto, è affidato il tema dell’antiparlamentarismo, che emerge anche nel ‘romanzo fiabesco’ di Capuana, “Re Bracalone”, la cui portata satirica fu però misconosciuta dai critici contemporanei. Bracalone rappresenta i temi propri della propaganda crispina, ed è un re ‘schietto’ ma ‘tirannesco’ che per primo svela l’ambiguo spazio storico di una modernizzazione fallimentare. Capuana propone un’allegoria fiabesca di un’Italia che viene ‘fatta’ magicamente prima ancora di esistere realmente. All’iniziale tono ironico e fiabesco fa seguito una più acuta satira, dovuta all’inasprirsi del conflitto sociale di fine Ottocento. Il potere mistificante della parola è una chiave di lettura anche di questo romanzo, come già era stato per il De Roberto dei “Viceré” e dell’”Imperio”.
Pag. 91-114
 


ROSALBA GALVAGNO, L’Unità d’Italia e Garibaldi nell’ ‘aneddoto’ di Consalvo Uzeda
L’atteggiamento di De Roberto nei confronti del Risorgimento sembra essere contraddittorio se si confrontano le posizioni enunciate nel principale romanzo e quelle di alcuni articoli della vecchiaia. In realtà, una logica poliedrica e difficilmente riconducibile all’unità è presente anche nei “Viceré”: qui la vicenda storica è guardata in modo differente a seconda del posto di enunciazione dei personaggi, che possono oscillare da una posizione a quella opposta. Tra le passioni originarie che animano l’agire dei personaggi vi è l’odio, che può essere di razza, della gelosia, dell’essere, e i cui effetti sono esaminati in questo articolo secondo la prospettiva della critica psicanalitica. Per illustrare come la storia risorgimentale sia trattata nei “Viceré”, R. Galvagno si sofferma su un aneddoto raccontato da Consalvo che aveva come protagonista Garibaldi, dall’analisi del quale emergono pulsioni represse e ricordi mascherati del principe, un suo ambivalente atteggiamento nei confronti della patria.
Pag. 115-135
 


SRECKO JURISIC, ‘Clamor confuso della ribellione’. Tematiche risorgimentali nel D’Annunzio verista
Le tematiche risorgimentali nelle opere del D’Annunzio risalgono principalmente alla sua fase verista, tra il 1879 e il 1889, anno di pubblicazione de “Il piacere”. L’accostamento dello scrittore di Pescara al verismo, meno univoco di quello verghiano, lascia aperta la prosa a diverse soluzioni stilistiche, con il costante sottofondo della tendenza stilistica estetizzante. Ma, andando oltre la narrazione del disagio degli emarginati meridionali, tale verismo appare anche più completo di quello di Verga. I due testi in cui il Risorgimento è più presente sono “La Vergine Anna” e “La morte del duca d’Ofena”. Nel primo D’Annunzio segue i fatti storici, sfondo del racconto, sottolineando la mancanza di un reale cambiamento per le classi rurali; nel secondo, da sfondo storico il Risorgimento passa al ruolo centrale, col racconto della sollevazione popolare contro un signore abruzzese. Tuttavia, l’autore, seppur non esplicitamente, sembra propendere per l’élite spodestata e il suo duro giudizio nei confronti della nuova Italia è confermato nelle opere successive, in cui il disprezzo dei personaggi per i valori democratici è sempre più acuto.
Pag. 173-153
 


GIORGIO LONGO, Capuana e l’agiografia del Risorgimento
Tra i Veristi italiani vi è una certa affinità nel descrivere il Risorgimento, ma la figura di Capuana ha un ruolo autonomo, per la sua attiva partecipazione al movimento e per l’esiguità ed eccentricità della sua produzione. Il tema e il tono delle opere di Capuana che si riferiscono al Risorgimento si rifanno al modello agiografico della tradizione popolare e alla mitizzazione di Garibaldi operata dagli autori letterari. Stimoli diversi che confluiscono nella novella “Viva san Garibaldi” (1913) e nella sua riduzione teatrale “Prima dei Mille” (1915). Nella prima, Capuana innesta al sostrato popolare un registro ironico e divertito; nella commedia, invece, criticata da Oliva, egli scandaglia più a fondo alcune istanze storico-politiche e introduce il tema del trasformismo. Questo argomento è trattato da Capuana senza i giudizi definitivi di condanna che poi avrebbe avuto, per esempio in alcuni racconti di Sciascia. Il tema risorgimentale ritorna infine ne “Il diario di Cesare”, dove è però innestato a quello dell’intervento al conflitto mondiale.
Pag. 155-172
 


ROMANO LUPERINI, Verga e il Risorgimento
Con un excursus nell’opera dell’autore, si analizza la posizione di Verga nei confronti del Risorgimento. Dalla produzione giovanile, in cui lo scrittore appare animato da forti, seppur ingenui, ideali risorgimentali, si approda poi nell’opera matura a una concezione del tutto diversa. Punto di svolta, oltre a “Una peccatrice”, è l’esame di coscienza contenuto nella prefazione a “Eva”, in cui l’autore riflette sulla caduta degli ideali della propria generazione. Nell’opera successiva, però, Verga mantiene la voglia di incidere sulla realtà sociale, anche se non nel modo esplicito di De Amicis, arrivando solo in “Per le vie” a una vera e propria antiepopea risorgimentale. Nel “Mastro-don Gesualdo” torna la Carboneria, che si rende però protagonista di una ridicola pantomima. La storia lascia il campo all’antropologia: il Risorgimento è stato solo un’illusione, una mascheratura sotto la quale agivano le forze cieche di sempre.
Pag. 173-183
 


GIOVANNI MAFFEI, Federico De Roberto e le retoriche del Risorgimento
Tema dell’articolo non sono le idee di De Roberto riguardo al Risorgimento, ma la resa di tale tema nell’opera letteraria, e dunque il rapporto tra una parola letteraria e un tema retorico. In questa prospettiva sono esaminati “I Viceré” e “L’Imperio”, in cui i temi risorgimentali filtrano attraverso registri inerenti al ‘realismo’ o allo ‘idealismo’. Al primo ordine pertengono, per esempio, le parole, concrete e realistiche, dei discorsi privati e pubblici o delle invettive dei personaggi. Al secondo registro pertiene, invece, la memoria, attraverso la quale il Risorgimento trapela sulla pagina letteraria in modo sfumato e sognante, come se fosse una favola. A marcare la differenza con tale registro, definibile come ‘del silenzio’, vengono riportate le parole, molto più asciutte e concrete, scritte da De Roberto sul “Fanfulla” in occasione della morte di Garibaldi. Nei romanzi, invece, Garibaldi è una presenza labile e idealizzata, quasi un miraggio.
Pag. 185-200
 


ANDREA MANGANARO, Verga “politico” tra Bottai e Gramsci
In un articolo del 1955, Brancati rileva la contraddizione tra la potenzialità demistificante della realtà interna all’opera verghiana e la visione conservatrice esterna a essa, che emerge da scritti sparsi e dalla sua biografia. Ciò aveva lasciato spazio a un ‘riuso’ politico di Verga, che Brancati colloca nel 1929 e che ascrive a un articolo del ministro Bottai, che di Verga aveva fatto un precursore del fascismo. Seppur con un senso diverso, l’articolo aveva suscitato l’apprezzamento di Gramsci, che considerava Verga in una più ampia questione di storia della cultura e degli intellettuali italiani. Identificando naturalismo e preminenza della nazione, Bottai attribuisce a Verga una serie di corollari che ne forzano il pensiero. Risulta più apprezzabile la pars destruens dell’articolo, che intendeva negare un orientamento filosocialista e democratico del catanese e che aveva portato Gramsci a definire “esatte” le conclusioni generali di Bottai. Di più, per Gramsci l’opera di Verga costituisce un documento delle contraddizioni del nostro Risorgimento e un tassello per comprendere il problema della “Assenza di un carattere nazionale-popolare nella letteratura italiana”.
Pag. 201-223
 


DORA MARCHESE, La “componenda” di Verga
La novella verghiana “La chiave d’oro”, inserita nella raccolta “Drammi intimi”, ha un importante valore documentario che la rende un pendant letterario delle celebri inchieste sulla situazione della Sicilia nel secondo Ottocento. Essa è una testimonianza dell’idea di mafia come permanenza di residui feudali, del collegamento tra proprietari terrieri e amministratori della giustizia, dell’uso istituzionalizzato della violenza privata e della corruzione. In più, ha un valore politico per l’accenno che se ne fa all’indulto garibaldino del 1860. La novella, commentata da Sciascia, fu modello per le ‘riscritture’ del Di Giovanni e di Capuana. Ne “L’anello smarrito” dello scrittore di Mineo, però, scompare ogni accenno alla mafia, evidente sintomo, quest’ultimo, della volontà di Capuana di minimizzare o addirittura negare il fenomeno.
Pag. 225-231
 


GIAN PAOLO MARCHI, Esercito e nazione in Giovanni Verga
Come tutti i contemporanei, anche Verga dovette confrontarsi con l’Unità d’Italia e i molti scontri che ne seguirono fino al primo conflitto mondiale. Molti dei suoi scritti ci parlano di un’avversione forte per il disordine e la violenza generata durante le guerre e invece di una viva ammirazione per i soldati regolari. Di questi Verga descrive il dramma profondo: vi è tanto la denuncia dell’avvilimento dei giovani costretti a un cambio repentino di realtà (si pensi a ’Ntoni che a Napoli si ritrova in un mondo nuovo) quanto l’indigenza in cui si trovano le famiglie private di braccia per il lavoro, come in “Cavalleria Rusticana”. La guerra è una calamità naturale che schiaccia gli uomini sebbene possa dare loro modo di dimostrare l’eroismo. La militarizzazione, figlia di questa calamità, è invece ordine e protezione, come nella novella “Dal tuo al mio” che termina con l’intervento dei militari contro la violenza di uno sciopero. Il saggio di Marchi sviscera, tra esempi letterari e carteggi privati, le diverse, a volte persino contraddittorie, posizioni di Verga nei confronti della guerra e della nuova militarizzazione del paese.
Pag. 233-257
 


LAURA MOLINO, Il parlato postrisorgimentale ne “I vecchi e i giovani”
Si dimostra come il romanzo “I vecchi e i giovani”, oltre a essere una fonte documentaria e letteraria del periodo postunitario, è anche un valido documento della realtà linguistica italiana di quegli anni, nel corso dei quali scrittori e intellettuali si affaticarono nella ricerca di una lingua media non distante dal parlato e accessibile a tutti i cittadini delle diverse regioni. Dall’analisi della lingua della prosa narrativa del giovanile testo pirandelliano, basata su parametri diacronici e sincroni, emerge come l’autore si sia accostato progressivamente alle tendenze dell’italiano parlato dei decenni successivi all’Unità, bilanciando il registro manzoniano con il sostrato dialettale e ponendosi in una posizione più equilibrata rispetto a quella di Manzoni. La ‘prosa moderna’ dello scrittore girgentino è caratterizzata da una sintassi volta all’oralità, da un sistema lessicale composto da regionalismi, aulicismi, cultismi, burocratismi e termini della lingua colloquiale medio-alta. A conferma di tale stile innovativo ed eclettico sono riportati numerosi esempi morfosintattici, stilistici e lessicali riscontrati nel testo.
Pag. 259-274
 


DARIA MOTTA, Dallo scritto-narrato di Verga novelliere al parlato interregionale di De Roberto romanziere
Per comprendere l’evoluzione della situazione linguistica dell’italiano nella seconda metà dell’Ottocento, la studiosa entra nel laboratorio linguistico di Verga e di De Roberto, evidenziando sia gli innesti fraseologici siciliani sia le peculiarità inerenti alla dimensione diastratica, diafasica e diamesica del parlato presenti nelle novelle di “Vita dei campi” e nel romanzo i “Viceré”. La lingua dei due autori è tutt’altro che anacronistica e dipende strettamente dalla realtà linguistica del tempo, costituendo un banco di sperimentazione per rinnovare la letteratura e la lingua alla luce di un nuovo ‘stile popolare’. Seppure i due siciliani appartengano a due generazioni contigue, sono stati considerati punti di riferimento vitali nella rapida trasformazione della lingua italiana. Mentre Verga coglie i tratti del parlato rendendoli base della sua creazione letteraria e innestandovi una semantica dialettale, anticipando così l’italiano regionale, il discepolo De Roberto, che già vive in un contesto linguistico più ricco e più maturo, può riflettere nelle sue opere le varietà di un repertorio più definito che va dall’italiano aulico a quello popolare a quello politico-burocratico.
Pag. 275-296
 


GUIDO NICASTRO, Garibaldi in Sicilia. “L’altro figlio” di Luigi Pirandello
La novella, pubblicata in più riprese sino al 1923 quando entrò in “Novelle per un anno”, ha una lunga storia di trasposizioni teatrali e cinematografiche. Narra la storia dell’analfabeta Mariagrazia che, rimasta sola al mondo, continua da anni a farsi scrivere lettere accorate per i figli emigrati in America. In Sicilia la donna ha però un altro figlio, nato da uno stupro patito a causa dei disordini e del brigantaggio seguito all’arrivo di Garibaldi. Non c’è patriottismo né romanticismo risorgimentale in questa novella, ma l’orrore vissuto dal popolo. Pirandello abbandona i miti fondanti del Risorgimento per una descrizione amara di una terra povera e abbandonata, in cui i più deboli sono vittime di soprusi e orrori. La guerra non ha cambiato i destini di miseria dei singoli e della collettività, e al centro della novella è pure il dramma dell’emigrazione che ha investito l’intero paese di Farnia. La forza icastica della novella si perde nella trasposizione teatrale pirandelliana, ma è recuperata nel film “Kaos” dei Taviani e nella moderna rielaborazione teatrale di Nino Romeo.
Pag. 297-303
 


ANNAMARIA PAGLIARO, Il Risorgimento e la frammentarietà del processo storico ne “I Viceré” di Federico De Roberto
La tecnica narrativa de “I Viceré” – e soprattutto la sua natura pluridiscorsiva, che interseca diverse voci e diversi piani del racconto – ci offre una visione globale che va oltre il semplice punto di vista di una classe dirigente che si rinnova per rimanere al potere. La rappresentazione di De Roberto, seppur legata al Risorgimento e a un preciso ambiente socio-politico e storico, sembra essere applicabile universalmente alla natura umana. Nonostante l’immobilismo che certamente descrive, De Roberto consegna alle voci minori presenti nel romanzo anche l’idea di un cambiamento sociale e storico, seppur faticoso, superando quella prospettiva della ‘rassegnazione’ che solitamente gli viene attribuita. Giocando tra una prospettiva interna – del personaggio – e una esterna – la proiezione sociale della sua immagine – De Roberto sovverte sia il concetto di realtà obiettiva basata sui fatti, sia una lettura univoca del fatto storico.
Pag. 305-329
 


FELICE RAPPAZZO, Il reverendo e il lettighiere
Rappazzo pone ad apertura dell’articolo alcune domande che ne rappresentano una chiave di lettura. Qual è il senso oggi di riportare l’attenzione su opere di Verga già molto studiate? È legittimo confrontare opere dal diverso spessore stilistico? Una prima risposta sta nel tentativo di riesaminare l’opera novellistica verghiana con una visione complessiva, valida in particolare per le “Novelle rusticane”, come un ‘reticolo tematico’ caratterizzato da un sistema formale e stilistico unitario. Ciò fa delle novelle le tessere di un ideale romanzo a mosaico, che lega anche tra loro le due principali raccolte. Le “Rusticane” appaiono caratterizzate da un ‘umorismo’, secondo Capuana, o ‘livello basso-mimetico’, che le rende stilisticamente compatte; narrativamente, poi, sono ‘a pieno titolo naturalistiche’, in quanto rinunciano al crescendo drammatico tipico del romanzesco. Queste lenti analitiche vengono applicate alla disamina de “Il Reverendo”, che si basa anche sulle posizioni enucleate da Madrignani. Altro punto nodale dell’articolo è dato dalla riflessione sul modo in cui i temi del Risorgimento siano lasciati filtrare stilisticamente nel giudizio dei personaggi.
Pag. 329-345
 


MICHELA SACCO MESSINEO, I Sicialiani al banchetto della Nazione. Verga e la “rivoluzione”
Contrariamente alla rappresentazione ufficiale del neo-Stato italiano delle classi politiche dirigenti, la letteratura meridionale mostra le differenze tra le diverse aree del paese e la loro difficoltà nell’integrarsi nella nuova realtà nazionale. Arcoleo, come poi De Roberto e Tomasi di Lampedusa, rappresenta il sentimento isolano, prima che nazionale, dei siciliani. Nel primo romanzo del ciclo dei Vinti, Verga dscrive con fatti ‘nudi e schietti’ una parte della ‘storia privata della nazione’ degli anni post-unitari e la difficoltà dei siciliani nell’acquisire la coscienza di un destino politico che li accomuna al resto dell’Italia. Rispettando il principio di impersonalità e della sospensione di giudizio, lo scrittore descrive le ricadute degli avvenimenti nazionali sul piccolo paesino di pescatori e sui suoi abitanti, facendo convivere sia il modello di chi è travolto dal nuovo sia quello di chi non abbandonerà mai le proprie tradizioni. Convinto del potere della nuova letteratura, l’intellettuale dà voce agli umili, sollecita la nuova Italia a non emarginarli e invita a considerare le identità regionali non un limite, ma risorse fondamentali per una solida unità.
Pag. 347-360
 


ROSARIA SARDO, Educazione linguistica e Risorgimento: la narrativa per ragazzi di Capuana
Capuana dal 1893 al 1907 si dedicò alla narrativa per ragazzi, con esiti che superavano gli stereotipi stilistici di quel tempo e con una moderna attenzione al destinatario. Le opere risultano interessanti sia per i personaggi che per le modalità espressive, improntate al toscanismo ma con una sperimentale attenzione alla matrice regionale. II De Amicis di “Storie allegre” fu un importante modello per lo stile e per la ‘leggerezza’, e se ne trovano tracce evidenti in “Fanciulli allegri”. La maturità arrivo poi nel 1901-2 con “Gambalesta”, in cui l’impersonalità verista consentì all’autore di sparire nel punto di vista del piccolo protagonista, Cuddu. Così anche i fatti della storia risorgimentale, di cui un bambino non può cogliere la portata, sono presentati da quest’ottica particolare, evitando sovrapposizioni con il ‘pensiero adulto’. Caratteristica di tutte le opere per l’infanzia di Capuana è l’equilibrio tematico e stilistico tra strutture veristiche e strutture del fantastico; il Risorgimento, coi suoi miti e i suoi eroi, è il leit-motif di gran parte della produzione. Importante è anche l’intento didattico in chiave normativa, specie in materia di lingua.
Pag. 361-380
 


GIUSEPPE SORBELLO, ‘Come se fossimo al cosmorama’: ritratti e fantasmagorie veriste nel racconto dell’Italia moderna
Nella prima parte del suo articolo Sorbello indica le diverse funzioni dei ritratti, delle immagini e delle sculture degli eroi e dei personaggi del Risorgimento presenti negli inserti descrittivi delle opere del secondo Ottocento. Oltre ad assumere una funzione ornamentale degli spazi pubblici e privati, che trsformano in gallerie d’arte, le icone di Mazzini, Garibaldi e Vittorio Emanuele possono attestare l’inizio della modernità, come nel caso del romanzo “Mastro-don Gesualdo”, o simboleggiare la condivisione, anche sociale, di una retorica nazionalistica. Esse possono anche divenire modello di virilità in relazione al nuovo rapporto con la donna, riflettere le qualità psicologiche dell’ambiente o essere usate dai politici per ottenere il consenso degli elettori come nel caso di Consalvo. Nella seconda parte del saggio, lo studioso mostra cosa accade a queste immagini quando sono sottoposte a una deformazione ottica di tipo fantasmagorico. Tale visione, oltre a creare volti e vicende storiche animate, genera anche una rappresentazione estraniante ed eversiva caratterizzata dall’inversione dei rapporti tra eventi storici, personaggi e finzione narrativa.
Pag. 381-402
 


DOMENICO TANTERI, Capuana e il Risorgimento
All’eclettismo e allo sperimentalismo letterario di Capuana fa riscontro una sostanziale coerenza e stabilità nell’orientamento politico, sempre conservatore con venature reazionarie. Ciò vale soprattutto per le sue posizioni nei confronti del Risorgimento, rispetto al quale Capuana, pur non vedendo in esso la rivoluzione sociale auspicata dal popolo, mantenne un atteggiamento ‘unitario’ e ‘garibaldino’. Proprio per Garibaldi il mineolo nutrì sempre un’autentica venerazione, che solo negli scritti più tardi andò incontro a una progressiva, ma non lineare, storicizzazione. Tanteri ripercorre gli scritti letterari e i testi teatrali di Capuana dedicati ai temi risorgimentali, dal primo componimento in versi “Il cacciatore delle Alpi”, alla leggenda drammatica “Garibaldi, al racconto “Viva san Garibaldi!”, al dramma patriottico “Prima dei Mille”, rinvenendovi somiglianze e ricorrenze.
Pag. 403-419
 


RITA VERDIRAME, Garibaldi in Sicilia e la costruzione letteraria del mito dell’Eroe
L’autrice prende le mosse da due esempi paraletterari del Novecento per dimostrare la lunga durata e la trasversalità di codici di cui godette il mito garibaldino. Tuttavia, nella folta messe di scritti letterari e popolari di autori siciliani ispirati alla figura del condottiero, ci si imbatte sia in decise celebrazioni sia in pagine più problematiche, che mettono in luce le contraddizioni del Risorgimento. Ciò che caratterizza molti di questi scritti (di Verga, Capuana, Rapisardi, Concettina Ramondetti Fileti…) è una commistione e una reciproca influenza tra i motivi popolari propri della tradizione orale e la loro revisione ‘colta’. Nel Novecento l’immagine di Garibaldi può diventare allegoria della forza della rivolta popolare contro il potere costituito, come nell’opera del poeta dialettale antifascista Vito Mercadante, che riprende stilemi e modi dell’opera dei pupi. Questi ‘usa’ il mito garibaldino per ricostruire il filo rosso della storia siciliana moderna nella ribellione dei ceti subalterni, e analoghi usi strumentali del personaggio-Garibaldi, piegato alle più diverse interpretazioni ideologiche, sono tipici di altri autori del Novecento.
Pag. 421-434
 


 

Annali 4

ANNALI DELLA FONDAZIONE VERGA
Anno 2011 – N. 4
(a cura di Daria Motta)


“Eravamo finalmente in Sicilia…” Noterelle sull’epopea del Risorgimento
Rita Verdirame, in occasione della ricorrenza dell’impresa garibaldina, ripercorre le pagine della storia che portarono all’Italia Unita, cariche ancora di valenze future e di risvolti nascosti. Un’unità che passa innanzitutto dall’eroe garibaldino, ma che si attua soprattutto nella lingua, come già Manzoni, Alfieri, Verri, Giordano e ancor prima Dante avevano auspicato. O tramite la letteratura militante di Foscolo, Ortis e Settembrini e che viene ricordata nelle pagine di Abba, Bandi e dello stesso Garibaldi. Senza dimenticare l’altra faccia della medaglia: la disillusione, il rovesciamento del mythos risorgimentale in logos che troviamo soprattutto in Verga, Pirandello, Sciascia e De Roberto. Infine, il mito garibaldino è accompagnato dalla creazione di una coscienza civica femminile, nei lavori delle sorelle Stazzone, della Fileti, della Turrisi-Colonna e da chi è ancora giovane e può essere temprato all’amore per la patria e ai doveri di futuri cittadini.
Pag. 7-17
 


ANTONIO DI GRADO, Il ritorno di Chevalley (e i Vespri di Sciascia)
Sciascia, come prima di lui aveva già fatto Vittorini, nelle sue opere spesso denuncia le contraddizioni che la storia siciliana porta con sé. Un esempio è il romanzo-inchiesta “I Pugnalatori”, del 1976, nel quale attraverso la voce dello stesso protagonista, Guido Giacosa, zelante magistrato piemontese trapiantato in Sicilia, l’autore mette in luce il doppio percorso compiuto dalla sua riflessione: quello sull’identità nazionale e quello sull’antagonismo siciliano. Percorsi che si sovrappongono nell’impresa garibaldina all’antico mito già sperimentato, molti secoli prima, dai Vespri. Mito che da un lato viene condannato perché considerato un’apertura a ciò che è ‘remora, morte e putredine nella storia europea’ ma dall’altro giudicato inconsapevole servizio a favore della rivoluzione o della controrivoluzione e inconsapevole avvio di future generazioni verso un ignaro destino.
Pag. 19-30
 


MARINO BIONDI, Garibaldi l’eroe. Epica garibaldina in Sicilia
A più di centocinquant’anni dall’impresa, Marino Biondi ricostruisce il mito di Garibaldi e dei suoi uomini, definendo la natura del mito stesso e la tipologia dell’eroe. Per capire come nasce il mito, analizza non soltanto l’azione condotta sul campo con le armi ma soprattutto la testimonianza che di essa hanno lasciato la penna di storici come Dumas, di volontari come Bandi, o di scrittori come Cuneo, Mari o Eco. Con l’aiuto di queste fonti, Biondi ripresenta il Garibaldi eroe nazionale, di origine ‘esotica’, capo di un esercito amalgama di ceti e tradizioni differenti. Ricorda come il suo eroismo sta nel piegarsi allo stato di necessità, per combattere per la propria gente, la propria comunità, l’identità personale e collettiva. Ed è per questo, come sottolinea la studiosa L. Riall, che il mito garibaldino precede l’eroe stesso e lo accompagna per un tempo smisurato, come costante termine di paragone, modello irripetibile.
Pag. 31-57
 


ANDREA MANGANARO, Il giovane Verga e il Risorgimento
Nel 1861 Verga pubblica “I Carbonari della montagna”, romanzo celebrativo del suo entusiasmo per l’impresa dei Mille. Vent’anni dopo, cambia prospettiva mostrando, con la novella “Libertà”, le contraddizioni del Risorgimento. Le due opere nascono in momenti profondamente diversi: il romanzo è sicuramente ispirato dal patriota e maestro Antonino Abate, responsabile di quell’aspirazione nazionale unitaria tipica degli anni giovanili; la novella scaturisce da un’osservazione dettagliata e critica della storia, a partire dai sanguinosi fatti di Bronte, che lo spingono a integrare e modificare ideologicamente alcune parti del romanzo, prima, e a perdere fiducia verso qualunque speranza di cambiamento politico e sociale, poi (sfiducia che troviamo già concretizzata nel personaggio di ‘Ntoni Malavoglia, nel romanzo verista pubblicato appena un anno prima della presentazione di “Libertà”).
Pag. 59-78
 


ROSARIO CASTELLI, Da “1860” al “Gattopardo”: alcune tendenze nel cinema sul Risorgimento
Riprendendo la relazione tra cinema italiano e Risorgimento, Castelli individua alcune tendenze nella rappresentazione dell’evento storico in varie pellicole ‘diversamente esemplari’. Da film come quello di Blasetti degli anni Trenta, “1860”, in cui domina il tema della partecipazione popolare per raggiungere l’unificazione nazionale, si passa alla tendenza tipica degli anni ’40, della storia che fa da sfondo a trame avventurose e romantiche tipiche, o all’autobiografismo della produzione degli anni compresi tra il 1949 e 1954. Parte non secondaria è quella riservata alle pellicole incentrate sulle sconfitte, come quella di Novara del 1848 rappresentata nell’opera realistica di Nelli “La pattuglia sperduta”. Nel tratteggiare il quadro delle tendenze cinematografiche sul Risorgimento, l’autore oltre a concentrarsi sulla produzione degli anni delle celebrazioni dell’Unità d’Italia con il film ufficiale dell’evento Viva l’Italia di Rossellini, nella parte finale si sofferma sulle opere di Visconti “Senso”, “La terra trema” e “Il Gattopardo”, quest’ultima vera occasione di riflessione sul periodo scrutinato.
Pag. 79-93
 


AMBRA CARTA, Corsi e ricorsi del pensiero: su alcune costanti della critica tra l’Unità e il primo Novecento
La formazione di una letteratura nazionale e il rinnovamento artistico del paese sono stati i principali temi affrontati da numerosi scrittori e intellettuali italiani dal 1861 agli anni Trenta del Novecento. Partendo dai “Quaderni dal carcere” di Gramsci, la studiosa ripropone le riflessioni che fecero su tali problematiche alcuni protagonisti della cultura del tempo, come il teorico del Verismo Capuana, con la sua produzione critica sul romanzo e sul teatro oscillante tra regionalismo ed europeismo, e Borges, portatore delle eredità desanctisiane.
Pag. 97-126
 


DAVIDE BELLINI, Capuana lettore di Taine. Ambivalenza di una fonte del verismo
Il testo approfondisce gli aspetti meno scontati del rapporto tra Capuana e l’estetica letteraria di Taine, verificando se la lettura delle opere di quest’ultimo offra al siciliano temi riconducibili a una prospettiva di segno differente. In particolare, lo studioso propone la tesi secondo cui alcuni elementi di impronta non strettamente deterministica, quali ad esempio il considerare la creazione artistica frutto del momento dell’osservazione e della ‘scintilla divinatrice’, sono stati acquisiti da Capuana prima del raffronto con il modello zooliano. In base a tale prospettiva si rimette in discussione la nota involuzione di Capuana dal positivismo all’idealismo, mostrando come ambivalenze e contraddizioni siano presenti nello scrittore siciliano fin dall’inizio del suo itinerario teorico, derivando anche dall’importante confronto con le fonti europee.
Pag. 127-144
 


RICCARDO CIMAGLIA, Il ‘documento umano’ nelle ‘parole semplici e pittoresche della narrazione popolare’.Ii diversi volti dell’indiretto libero in Verga
Lo studio s’incentra sull’uso originale del discorso indiretto libero (DIL) ne “I Malavoglia” e in “Vita dei Campi” mettendone in luce le peculiarità linguistiche e stilistiche in relazione al Verismo. Pertanto, dopo una descrizione tecnica dell’innovativo costrutto mediante gli strumenti offerti dalla scienza linguistica e un riferimento alle istanze poetiche verghiane riscontrabili nella dedica al Farina – premessa della novella “L’amante di Gramigna”- e nella prefazione a “I Malavoglia”, si analizzano le diverse tipologie del DIL: tradizionale, ‘corale’ e stile indiretto libero. Inoltre, si mostra come l’introduzione di una nuova interpretazione di quest’ultima categoria sia rilevante per rileggere e reinterpretare alcune parti delle opere verghiane non sempre riconducibili al DIL.
Pag. 145-175
 


LUCIA BASILE, Un ponte fra la Sicilia e l’Europa. L’affinità elettiva tra De Roberto e Nietzsche
Lo studio rintraccia le analogie e i punti di contatto tra il pensiero di De Roberto e quello di Nietzsche, avvalorati dalla presenza tra le carte dello scrittore di una copia dell’opera nietzscheana “Al di là del bene e del male”. Diversi articoli di De Roberto dedicati a Nietzsche ed elementi rintracciabili nei suoi romanzi – in particolare ne “L’imperio”- permettono di delineare un percorso parallelo a quello del filosofo tedesco. Il perno è quello del relativismo, ossia della mancanza di un criterio oggettivo di conoscenza che oltre a coinvolgere l’ambito gnoseologico si estende anche alla sfera morale, coinvolgendo i concetti di ‘bene’ e ‘male’.
Pag. 177-195
 


GRAZIELLA PULVIRENTI, Rivoluzione e sogno nella vita e nell’opera di Giuseppe Macherione
L’articolo ricostruisce dettagliatamente la vita e l’opera del poeta siciliano Giuseppe Macherione, originario di Giarre, nel catanese. Morto a soli 21 anni a pochi mesi dalla nascita dello Stato italiano, la sua vita fu caratterizzata da una forte spirito romantico, nutrito dalla letteratura dell’epoca, a partire da Prati e da Aleardi, e da ferventi ideale patriottici. Ma la sua opera fu a lungo poco frequentata, anche a causa della rilettura ideologica che ne fu fatta nel Ventennio e che vide in Macherione un precursore dell’idea di ‘patria’. Da Lionardo Vigo a Capuana, da Giannina Milli a Vincenzo Navarro e Giuseppina Turrisi-Colonna, il poeta giarrese fu in contatto con molti intellettuali che con le loro opere avrebbero definito il tessuto culturale della Sicilia. Nonostante la brevità della sua vita, Macherione oltre a essere autore di liriche frequentò anche altri generi, come il poema, il dramma e la tragedia. Alla poesia affiancò l’impegno politico, con una strenua fede patriottica che caratterizzò i suoi ultimi anni di vita.
Pag. 197-227
 


 

Annali 5

ANNALI DELLA FONDAZIONE VERGA
Anno 2012 – N. 5
(a cura di Valentina Puglisi)


LUCIANA SALIBRA, Incastri di lingua e dialetto nel “Mastro-don Gesualdo” di Vaccari
Vengono qui esaminati i procedimenti attraverso i quali il siciliano, presente per una precisa scelta registica nello sceneggiato, sia stato reso accessibile al pubblico televisivo di cinquant’anni fa; nel contempo, vengono additate delle convergenze col parlato-parlato per quanto riguarda la transizione dall’italiano al dialetto, sia che si tratti di commutazioni, ossia di passaggi funzionali in cui è rilevabile una specifica funzione comunicativa e pragmatica, sia che si tratti di enunciati mistilingui, pura e semplice giustapposizione di codici diversi.
Pag. 7-48
 


MANUEL GAMUZZA, La ‘silenziosa’ evoluzione dei protagonisti: Gesualdo e Bianca tra le due stesure del “Mastro”
Il presente lavoro mira ad una comparazione più puntuale possibile tra le due edizioni del “Mastro-don Gesualdo”: la prima pubblicata a puntate nel 1888 nella rivista «Nuova Antologia» (MdG-88) e la seconda in volume edita da Treves l’anno successivo (MdG-89). L’elaborazione del secondo episodio della serie dei Vinti si è prolungata per nove anni, tra mutamenti di impianto, lunghe soste, abbozzi e continue e laboriose riscritture, prima dei due ‘tronchi’ oggi visibili. Alla luce della travagliata gestazione del romanzo, s’è cercato, altresì, di non trascurare il fondamentale supporto offerto dal materiale preparatorio, essenziale – come nel caso del manoscritto Garzanti – per evidenziare le dinamiche dominanti che hanno portato all’assemblaggio della materia narrativa da parte dell’autore.
Pag. 49-96
 


ANTONIO DI SILVESTRO, Capuana e Verga tra ‘plagio’ e riscrittura. La novella “Quacquarà” e il “Mastro-don Gesualdo”
Partendo dall’idea di un comune laboratorio di scrittura e riflessione, lo studio intende esplorare la dinamica di intersezioni tematiche e stilistiche che caratterizza il percorso letterario di Verga e Capuana, e che conduce in diversi casi i due autori a discutere di più o meno consapevoli ‘riprese’ reciproche. Le affinità tra la novella “Quacquarà” e il capitolo iniziale del “Mastro-don Gesualdo”, entrambi incentrati sulla rappresentazione umoristico-grottesca di due fratelli, inducono Capuana a rielaborare una ‘variante’ che, se nelle sue intenzioni mirava a evitare il ‘plagio’ compiuto da Verga, per l’altro si inserisce in un progetto stilistico e di poetica delle ‘lacrymae rerum’.
Pag. 97-125
 


SALVINA BOSCO, Le carte rapite
I manoscritti delle opere di Giovanni Verga e buona parte del suo epistolario furono acquistati dalla Regione siciliana nel 1978 a seguito di lunghe e aspre polemiche sul loro recupero che avevano visto impegnati, per diversi decenni, intellettuali ed esponenti del mondo politico e dell’editoria. Si trattava, però, solo di una parte delle carte verghiane sottratte agli studi per quasi settant’anni da Vito Perroni. Il saggio ricostruisce la vicenda della ‘cattività’ dei manoscritti dello scrittore verista e in individua la tipologia e la consistenza delle altre carte ‘smarrite’ e riemerse nel 2012 presso la Casa d’aste Christie’s. Il loro recupero, con il sequestro disposto dalla magistratura, ha rappresentato la conclusione fattiva di una lunga e circostanziata ricerca documentaria.
Pag. 127-152
 


ANTONIO DI GRADO, Viaggiatori virtuali e scrittori in gita. Da Verga a Vittorini e oltre
Un saggio in tre tempi sul tema del viaggio virtuale e delle tante letterarie ‘conversazioni in Sicilia’, in cui l’isola è mito e fantasticheria, avventurosa evasione o ripiegamento nostalgico, da Stendhal e Courier a Verga e Rod, da Vittorini a Pasolini e a Sciascia.
Pag. 153-166
 


MODESTINO DELLA SALA, Verga e Del Balzo. La storia vera ne “Il Marito di Elena”
Giovanni Verga ricostruiva il vero da lontano e solo a posteriori dava il colore locale al suo lavoro, andando a visionare il teatro dei suoi romanzi. L’ultima parte del ms U.239.83 del fondo Verga della biblioteca regionale universitaria di Catania, scritto dal Verga tra il 23 novembre 1881 ed i primi di dicembre dello stesso anno, dopo un incontro in Napoli con l’irpino Carlo Del Balzo, della cui Rivista nuova era corrispondente, trasforma in certezza l’ipotesi, avanzata dall’autore del presente articolo il 1982, che alla base del “Marito di Elena” non ci sia la storia dell’amore di Giovanni Verga per Giselda Fojanesi ma quello di Carlo Del Balzo per Julie Doumerc.
Pag. 167-182
 


DARIO STAZZONE, L’imperativo del nome del padre e il ‘delirio’ nel “Marchese di Roccaverdina” di Luigi Capuana
Una ‘recensio’, quella di Dario Stazzone, che esamina il lungo lavoro condotto da Capuana per la realizzazione dell’itinerario psicologico del Marchese di Roccaverdina. Opera accolta con successo nel 1901 e che «si colloca in modo originale nel panorama della modernità italiana», grazie alla sapiente mescolanza di diverse tematiche letterarie: l’indagine della gelosia e dei sensi di colpa; le imposizioni sociali e le loro leggi vincolanti; il motivo topico della razza e della sua degenerazione; i cedimenti della personalità. Materie che si uniscono senza mai lasciare il campo dell’impersonalità tanto caro ai veristi, punteggiato da tratti “espressionisti e pittorici” e in sintonia con temi familiari all’autore quali spiritismo, telepatia, ossessione, allucinazione.
Pag. 183-196
 


LUIGI DI GIOVANNI, Il volto del paese di Cesare Dorello
Questo intervento, già presentato in occasione di un convegno su Giovanni Verga tenuto ad Altavilla Irpina il giorno 27 gennaio 2015, intende presentare al lettore una descrizione generale del paese in cui si ambienta la novella “Il marito di Elena”. Partendo dalla strada principale del paese, si immagina il percorso seguito dallo scrittore nel corso di una visita. Lo scritto contiene accenni al clima, ad alcuni episodi di vita paesana e alla situazione politica ed economica locale. Il viaggio avrebbe avuto termine nel centro storico, dove si presentano ancora oggi, davanti al visitatore, la Chiesa madre e il Palazzo De Capua, detto Baronale.
Pag. 197-201
 


Annali 6

ANNALI DELLA FONDAZIONE VERGA
Anno 2013 – N. 6
(a cura di Valentina Puglisi)


GABRIELLA ALFIERI, Presentazione della Nuova serie dell’Edizione Nazionale delle Opere di Giovanni Verga
Dopo la pausa di un decennio dovuta a complesse vicende esterne, l’Edizione Nazionale delle Opere di Giovanni Verga riprende con una nuova serie, pubblicata da Interlinea Editore e presto disponibile anche in versione digitale. A I Malavoglia curati da Ferruccio Cecco (2014), e alle Novelle rusticane curate da Giorgio Forni (2016), seguiranno i romanzi fiorentini e il teatro verista e intimista, affidati a studiosi autorevoli e giovani ricercatori, che ci consegneranno un testo definitivo delle opere verghiane, per nuove letture e interpretazioni. I saggi che animano questo numero monografico degli “Annali” anticipano criteri e metodi di questa nuova serie: apparato più leggibile e “amichevole” per il lettore non specialista; dinamismo critico-interpretativo; rigorosa fedeltà al canone filologico di Branciforti che ispirava la prima serie. Completato il piano di narrativa e teatro, una volta compiuta la ricognizione delle lettere edite e inedite, si pubblicherà l’epistolario, edito e inedito di Verga.
Pag. 7-22
 


GIORGIO FORNI, La vicenda redazionale delle “Novelle rusticane”. Un quadro dei risultati conseguiti
La complessa storia testuale delle “Novelle rusticane” di Giovanni Verga, riesaminata qui anche sulla base di tutto il ricco materiale manoscritto esistente e finora inedito, permette di definire meglio la novità dei procedimenti compositivi del Verga dopo i “Malavoglia”. All’immedesimazione nell’universo linguistico dei personaggi si aggiunge ora il montaggio di punti di vista socialmente contrastanti come forma di «umorismo oggettivo». Risulta allora evidente che la scrittura ruvida e antiletteraria delle “Rusticane” costituisce uno degli episodi più alti e originali dello sperimentalismo narrativo del tardo Ottocento europeo.
Pag. 23-78
 


LUCIA BERTOLINI, Il percorso discontinuo da “Frine” a “Eva”
L’articolo ricostruisce l’iter elaborativo complessivo che, a partire dal romanzo inedito “Frine”, condusse Verga alla scrittura finale di “Eva”. Tramite una ricognizione dettagliata del materiale autografo è possibile conoscere meglio le abitudini correttorie del giovane autore (disposto ad avvalersi dei consigli di amici lettori per “Frine”) e datare più esattamente sia alcune fasi redazionali della prefazione a “Eva” sia alcune acquisizioni verghiane riguardanti le strategie narrative adottate nel romanzo poi dato alle stampe.
Pag. 79-106
 


MARIA DI VENUTA, “Il marito di Elena”
Il saggio ricostruisce la storia del testo del “Marito di Elena”, il romanzo di Giovanni Verga del 1882, partendo dalle notizie ricavabili dalla corrispondenza privata dell’autore e seguendone la ‘sofferta’ stesura. Si descrivono i manoscritti che lo hanno tràdito (l’autografo che reca il testo completo è conservato presso la Biblioteca Regionale Universitaria di Catania); si analizzano le vicende editoriali dalla pubblicazione in appendice in «Capitan Fracassa», pochi mesi prima dell’uscita dell’editio princeps per i tipi di Treves, alle successive ristampe; si indagano i rapporti tra gli autografi e le stampe; si anticipano i criteri dell’edizione critica di prossima pubblicazione.
Pag. 107-136
 


CARLA RICCARDI, “Primavera”: una nuova fisiologia dell’amore
La prima raccolta di novelle verghiane rappresenta l’applicazione delle teorie lasciate come eredità testamentaria allo scrittore dal protagonista di “Eva”, Enrico Lanti; si configura infatti come una serie di rappresentazioni dell’amore-passione o dell’amore-gelosia sui vari gradini della scala sociale. La raccolta è prodromica rispetto a “Vita dei campi” sia per le tematiche sia per le soluzioni stilistiche e si segnala per la nuova sperimentazione dei tre tipi fondamentali di discorso indiretto libero. Di qui l’interesse per la genesi dei testi testimoniata dagli autografi.
Pag. 137-146
 


MARGHERITA DE BLASI, Per l’edizione critica di “Eros”
“Eros” è stato pubblicato nel dicembre del 1874 dall’Editore Brigola, dopo circa un anno di lavoro da parte di Verga. Il presente contributo segue le vicende del romanzo, dalla sua prima apparizione nell’epistolario nell’ottobre del 1873, con il titolo provvisorio di “Aporeo”, fino alla sua stampa, attraverso le lettere di Verga alla famiglia e a Capuana. Partendo dal lavoro di Branciforti, si illustrano l’edizione critica in corso e i materiali attualmente a disposizione degli studiosi. Si mostra anche un esempio tratto dall’edizione, dando prova dell’importanza dello studio dei manoscritti per la critica verghiana.
Pag. 147-166
 


ROSY CUPO, Per l’edizione critica di “Dal tuo al mio” di Giovanni Verga
Il saggio si propone di impostare la questione filologica relativa al dramma “Dal tuo al mio”, unica commedia verghiana ideata esclusivamente in funzione del teatro, e, al contempo, ultima opera scritta dall’autore. All’interno di una complessa e variegata tradizione superstite, formata da un nutrito corpus di testimoni manoscritti e dattiloscritti, ma in assenza di una stampa licenziata dall’autore, la curatrice dell’edizione offre una preliminare e ancora sommaria descrizione del materiale, e indica alcune direttrici di indagine, che dovranno poi essere accuratamente vagliate, al fine di ricostruire la storia redazionale di un’opera di grande importanza nell’evoluzione del pensiero verghiano.
Pag. 167-184
 


BARBARA RODA’, Per l’edizione critica del testo teatrale de “La Lupa”. Con una nota su “Cavalleria rusticana”
Il contributo propone i risultati di una preliminare ricerca in vista dell’edizione critica del dramma “La Lupa”, che uscirà nei volumi dell’Edizione Nazionale dedicati al teatro di Verga, e una nota filologica sul testo teatrale di “Cavalleria Rusticana”. Tracciata una breve storia del testo de “La Lupa”, si descrivono gli autografi e le stampe e si offre una prima ricostruzione dei loro rapporti, evidenziandone le criticità.
Pag. 185-203
 


Annali 7

ANNALI DELLA FONDAZIONE VERGA
Anno 2014 – N. 7
(a cura di Valentina Puglisi)


CARLA RICCARDI, Con il verismo nasce la novella moderna
Il saggio ripercorre le tappe fondamentali della narrativa verghiana che da “Una peccatrice” a “Eva” matura le tecniche e le tematiche veristiche attraverso l’applicazione dei principi del realismo europeo. Dal contatto con la novellistica scapigliata, in particolare di Tarchetti, nasce la prima raccolta, “Primavera”, campionario umano e fisiologia dell’amore sui vari gradini della scala sociale. Di qui si passa alla scoperta del motivo economico nell’amour-passion di “Vita dei campi” definitivamente sancito nelle “Rusticane” (in cui si innesta il motivo della scrittura come ricordo) e portato alle estreme conseguenze nelle sconfitte di “Vagabondaggio” e nel grottesco in “Don Candeloro e C.i.”
Pag. 7-22
 


ROSALBA GALVAGNO, Figure del Cristo ne “Il marchese di Roccaverdina” di Luigi Capuana
La figura del Cristo ricorre in quasi tutti i capitoli de “Il marchese di Roccaverdina”, il capolavoro di Luigi Capuana. Tra le molteplici citazioni del Cristo disseminate lungo tutto il percorso narrativo (Gesù Cristo, Signore, Gesù sacramentato, Cristo in croce, Gesù crocifisso, Gesù Salvatore, Cristo agonizzante ecc.), una in particolare occupa un posto centrale non soltanto nella diegesi ma più in profondità nella struttura, ossia nella configurazione della soggettività dispiegata nel romanzo, la cui figura delegata principale è quella del protagonista, al quale risulterà fatale la visione del Crocifisso «vecchissimo di qualche centinaio di anni» deposto giù nel mezzanino del suo palazzo.
Pag. 23-60
 


MARGHERITA DE BLASI, Tra romanzo e novella. Coincidenze tra “X” e “Eros”
La novella “X” e il romanzo “Eros” presentano una serie di punti in comune, come le riflessioni di Verga sulla fisiologia, sulle modalità, sulle cause e sugli effetti dell’amore, temi molto presenti nelle ricerche giovanili dello scrittore. Le vicinanze tra i due testi hanno fatto pensare che le due stesure siano state concepite in momenti vicini; questo contributo intende, pertanto, esemplificare la questione ed offrirne un’ipotesi interpretativa, attraverso la ricognizione dei punti di contatto tra i due testi.
Pag. 61-70
 


DAMIANO FRASCA, Una lettura di “Quelli del colèra” di Giovanni Verga
L’articolo è una lettura della novella “Quelli del colèra” di Verga, contenuta nella raccolta “Vagabondaggio” del 1887. Servendosi di una prospettiva dal basso, Verga racconta la reazione di due comunità paesane (il paese di San Martino e quello di Miraglia, nella sicilia orientale), colpite dal colera del 1837. La folla, spaventata dal diffondersi dell’epidemia, reagisce scegliendo come capro espiatorio un gruppo di commedianti e una famiglia di «zingari». L’articolo mostra come Verga utilizzi ampiamente un articolo di Pitrè sul colera, e inoltre scelga di stabilire un dialogo intertestuale con alcuni noti passi dei “Promessi sposi” di Manzoni e intratestuale con alcune sue precedenti novelle e romanzi.
Pag. 71-84
 


ROSA MARIA MONASTRA, Due serve verghiane: Lucia e Femia
Concepite e pubblicate in tempi vicinissimi (1882-83), le novelle “Pane nero” e “Semplice storia” mettono a fuoco uno stesso ruolo – quello della serva – in contesti geografici e sociali assai differenti. In entrambe, al di là di più recenti suggestioni, si avverte la costante riflessione di Verga sul modello manzoniano. E si avverte altresì la sua crescente amarezza, con spunti che evidenziano la contiguità di queste pagine al lavoro sul “Mastro”.
Pag. 85-92
 


NOVELLA PRIMO, Le maschere nella “Primavera” di Verga novelliere
Attraverso l’analisi delle novelle di “Primavera”, raccolta verghiana degli esordi, emergono le diverse sfaccettature del complicato intrigo delle relazioni umane. In particolare il saggio procede lungo le diverse declinazioni assunte dal motivo della maschera nelle varie storie strettamente correlato al tema dominante dell’illusione amorosa. Ne è un esempio la riuscitissima novella “La coda del diavolo” in cui l’occasione carnevalesca è rappresentata da un’usanza catanese, quella della «’ntuppatedda o imbacuccata», un tempo in voga durante la festa di S. Agata, «gran veglione di cui tutta la città è teatro», che fa da sfondo a una singolare triangolazione onirico-amorosa.
Pag. 93-104
 


ORESTE PALMIERO, ‘Mio caro Pino della montagna’: “In portineria” e il teatro nel carteggio Verga-Giacosa
Attraverso l’analisi del carteggio intercorso fra giovanni Verga e il commediografo piemontese Giuseppe Giacosa (1847-1906), l’intervento si propone di analizzare le fasi preparatorie ed esecutive di alcune rappresentazioni teatrali dei due scrittori avvenute nel periodo 1885-1888. Ne emerge un interessante (e a tratti divertente) resoconto del pensiero critico di Verga, cui il confronto con l’amico Pin conferì – oltre ad una certa libertà d’espressione – anche una accresciuta consapevolezza delle proprie innovative capacità drammaturgiche.
Pag. 105-114
 


ANDREA MANGANARO, ‘La prima ispirazione della forma’. La genesi ‘fiabesca’ delle novelle di Verga
Il contributo rileva come la relazione tra fiaba e novella in Verga non si pone solo in termini di «fonti», o di procedimenti stilistici, ma è anche di tipo genetico, «formale-compositivo», e riguarda l’ambito dell’organizzazione dei «motivi» dell’intreccio. L’indagine è condotta sia mediante prove testuali sia interpretando dichiarazioni tratte dal carteggio Verga-Capuana. Sono toccati i nodi problematici del rapporto tra letteratura popolare e letteratura d’autore, e quello dell’impersonalità e della immedesimazione nella forma popolare, che, come aveva individuato Croce (seppur svalutandole), raggiungono il massimo grado nelle fiabe di Capuana.
Pag. 115-124
 


MILENA GIUFFRIDA , Nella biblioteca di Verga: suggestioni e modelli
La conoscenza ragionata e approfondita della biblioteca reale e della biblioteca ‘fruita’ di Verga permetterebbe di colmare alcune zone d’ombra che tuttora ricoprono la formazione culturale dello scrittore catanese. Al fine di compiere un primo passo in questa direzione, ci si propone di operare un confronto puntuale tra il catalogo della biblioteca della Casa Museo Verga e i carteggi più corposi, limitando il sondaggio alle forme brevi della narrazione. Tra i testi pubblicati prima del 1890, più influenti sulla formazione dello scrittore, spiccano le raccolte dei più importanti autori stranieri dell’ottocento, soprattutto francesi e russi; pochi, invece, gli italiani, anche in questo caso quasi tutti contemporanei di Verga.
Pag. 125-134
 


ANTONIO DI SILVESTRO, Verga: gli abbozzi teatrali e il ciclo incompiuto
Lo studio si sofferma sull’analisi filologico-linguistica ed ermeneutica dei frammenti teatrali verghiani (“La commedia dell’amore”, “L’onore”), luoghi elettivi di sperimentazione di personaggi e ambienti del ciclo interrotto. La lettura di queste prove sceniche incompiute come sotterranea sinopia dell’edificio romanzesco è avvalorata non solo da alcune anticipazioni onomastiche, ma soprattutto da una significativa trama di corrispondenze tematiche, che consente di avanzare (anche attraverso il confronto con redazioni rifiutate di altre opere verghiane) alcune ipotesi sulla ‘fisionomia’ di personaggi come l’onorevole Scipioni e l’uomo di lusso, sui quali possediamo esigui appunti d’autore.
Pag. 135-174
 


MARIA DI GIOVANNI, Squallide derive in “Artisti da strapazzo”. Su due finali e altre varianti
Oggetto del saggio è la radicale riscrittura della novella “Artisti da strapazzo”, apparsa nel «Fanfulla della domenica» (11 gennaio 1885) e poi confluita nella raccolta “Vagabondaggio” (1887). Gli interventi, che modificano particolari, anche essenziali, della vicenda, ordine di alcuni episodi, strutture e misure narrative, perfezionano scelte tecnico-espressive, ma anche ampliano il registro tematico, sono funzionali a una rappresentazione della realtà e a modalità di analisi interiore che aspirano a un tasso di maggiore complessità. Una particolare attenzione è riservata ai due diversi finali, poiché la stesura definitiva dell’epilogo rende più problematico il compito di interpretazione affidato al lettore, mentre la prima redazione della conclusione chiamava il fruitore a un lavoro di integrazione veramente ridotto.
Pag. 175-204
 


GIULIA LOMBARDI, ‘In lei c’è una vera stoffa di novelliere’. Federico De Roberto autore di novelle
Autore di romanzi ai quali è stato riconosciuto il dovuto valore solamente dopo la morte dello scrittore, Federico De Roberto è stato anche autore di novelle tuttora poco conosciute, fatta eccezione per le raccolte uscite tra il 1887 e il 1890. Pertanto, sono proprio i testi scritti dopo il 1890 a suscitare un discreto interesse, in quanto vi si denotano due nuclei tematici principali (l’amore e la guerra), trattati seguendo delle strategie narrative ben precise. Si rivela, inoltre, particolarmente fruttuoso seguire la costante, seppure talvolta incongruente riflessione metanarrativa dell’autore, proprio sul genere della novella e confrontarla alla parallela continua ricerca di riproduzione del reale.
Pag. 205-214
 


GIUSEPPE TRAINA, Ironia e umorismo nella narrativa breve di Federico De Roberto
La produzione novellistica è stata per De Roberto un vero e proprio laboratorio stilistico: si spiega anche così il ruolo che l’ironia e l’umorismo giocano nelle novelle di cui ci si occupa in questo saggio. È notevole la capacità di variazione tonale che l’autore dimostra: il grottesco e la pochade, l’ironia più spietata e l’umorismo più pietoso, anticipando talvolta l’umorismo pirandelliano.
Pag. 215-220
 


ROSARIO CASTELLI, Per un’edizione completa del teatro di Federico De Roberto: testi rappresentati, inediti e rari
Il travagliato capitolo teatrale dell’attività letteraria di Federico De Roberto esige una riconsiderazione complessiva che tenga conto del recupero in atto di testi inediti destinati a dare completezza a quella che si considerava una produzione già sistemata e definitiva. Nell’ipotesi di un’edizione critica, sono altresì da prendere in esame le varianti che intercorrono tra differenti stesure dei copioni – in particolar modo quelle che riguardano il dramma più noto, “Il Rosario” – e di quelle linguistiche e strutturali che si possono registrare nella transcodificazione dalle novelle e dai romanzi originari, in cui è peraltro spiccato l’interesse dell’autore per la dialogicità «pura» della forma teatrale.
Pag. 221-230
 


Annali 8

ANNALI DELLA FONDAZIONE VERGA
Anno 2015 – N. 8
(a cura di Valentina Puglisi)


CAPUANA NARRATORE TRA FIABA E NOVELLA

NICOLÒ MINEO, Trasformazione e stabilizzazione nella fiaba di Capuana: “Si conta e si racconta”
Dopo avere tracciato una sintetica contestualizzazione storico-culturale sulla cultura italiana tra secondo Ottocento e primo Novecento, il contributo prende in esame l’ultima raccolta di fiabe di Capuana “Si conta e si racconta. Fiabe minime”, analizzandone l’impianto e le risultanze ideologiche implicite, i testi come forme simboliche. Emergono lo sperimentalismo, l’attenzione alla multimedialità e alle illustrazioni, la ‘brevitas’ di fiabe d’autore concepite alla vigilia della Grande Guerra. Una forma di ‘mise en abyme’ di una complessa e profonda visione del mondo.
Pag. 9-20
 


DOMENICO TANTERI, Capuana fantastico e fantascientifico
Accanto alla produzione di genere ‘paesano’ e a quella di genere ‘appassionato’ si sviluppa, lungo tutto l’arco dell’attività letteraria di Capuana, un filone di narrativa fantastica che, da una parte, si connette ai suoi molteplici e perduranti interessi di carattere spiritistico e occultistico e, dall’altra, è caratterizzato da una peculiare ‘dialettica’ tra l’elemento propriamente fantastico e quello razionalistico e scientistico tipico della temperie culturale positivistica nella quale lo scrittore è pienamente immerso e della quale è per molti versi interprete tra i più rilevanti.
Pag. 21-44
 


MARIO TROPEA, Contributo per un ordinamento delle novelle spiritiche di Luigi Capuana
Capuana si interessò allo Spiritismo fin dai primordi della sua attività di saggista (dal “Diario spiritico” del 1870, a “Spiritismo?” del 1884, a “Mondo occulto” del 1896) ma anche nei romanzi (da “Giacinta” a “Profumo”, alla “Sfinge”, al “Marchese di Roccaverdina”), e nelle novelle. Nello scritto qui presentato viene fatta una rassegna delle novelle ispirate, secondo le idee dello scrittore – e del suo tempo -, a caratteristiche spiritiche (novelle di sonnambulismo,di predizione, di telepatia, di influsso, teosofiche, di materializzazionie smaterializzazione, di apparizioni, di case infestate, di presenze vampiriche, ecc…). Ne viene un ampio tracciato dagli esordi alla maturità e all’ultimo tempo della sua produzione, in compresenza, e in sinergia, con gli intenti positivistici e di osservazione dei ‘fatti’ che furono sempre la sua linea direttiva di ricerca.
Pag. 45
 


ROSALBA GALVAGNO, La donna ‘nervosa’ e ‘moderna’ di Luigi Capuana. “Fasma” e i “Profili di donne”
A partire dalla definizione capuaniana di donna ‘nervosa’ e ‘moderna’, il saggio indaga attraverso la novella “Fasma” in particolare, i tratti singolari di questa nuova figura femminile, per la quale lo scrittore ha manifestato un’apprensione volta più che a delineare dei profili di donne, a tentare di afferrarne soprattutto il segreto. Come tanti altri spiriti inquieti del suo tempo Capuana cercava, nei profili di donne, il suo stesso profilo, la sua più autentica dimensione letteraria. L’interesse per le sue eroine è da intendersi in questa prospettiva come la ricerca di una identificazione dei suoi eroi con un certo tipo di figura femminile, in particolare, con la figura dell’isterica.
Pag. 73-82
 


GIORGIO FORNI, Anomalia e sperimentazione nei “Profili di donne” di Luigi Capuana
Nella sua prima raccolta di novelle uscita nel 1877, Luigi Capuana sperimenta un nuovo modo di narrare in cui l’analisi dei sentimenti s’interseca con una filosofia delle forme artistiche moderne ispirata all’”Estetica” di Hegel. Nel delegare il racconto alla voce monologante di un io maschile diviso fra autoillusione e opportunismo, fra «poesia» e «prosa» dell’amore, il Capuana costruisce la figura di un narratore inadeguato e unilaterale che ha già i tratti di quel che Wayne Booth chiama «narratore inattendibile». Ed è la ricerca di una rappresentazione «vera» e «immediata» che prelude alla grande stagione del Verismo.
Pag. 83-100
 


DARIO STAZZONE, Tra parola e immagine: “Profili di donne” di Luigi Capuana
L’articolo, dedicato alla prima raccolta di novelle di Luigi Capuana, indaga il rapporto tra testi ed arti figurative. Di particolare interesse è l’attenzione che l’autore ha dedicato al paratesto ed alla soglia iconica, facendo realizzare un’incisione che rappresenta Fasma, tra le protagoniste di “Profili di donne”. Secondo il Di Blasi, biografo di Capuana, all’origine di “Fasma” vi era il ricordo di una donna misteriosa conosciuta dallo scrittore e ritratta da Vittorio Corcos. La memoria autobiografia e iconica, dunque, ha avuto una parte essenziale nell’elaborazione dell’opera. L’articolo indaga poi la centralità tematica dell’illusione, motivo connesso al tema della fictio artistica e letteraria.
Pag. 101-110
 


AMBRA CARTA, Le “Appassionate” in camera oscura
Il contributo intende indagare gli effetti dell’intreccio tra fotografia, psichiatria e invenzione letteraria nella raccolta “Le Appassionate” di Luigi Capuana, nella quale emergono gli interessi dello scrittore nei confronti della scienza psichiatrica e del mistero della mente umana. Inserite nel contesto culturale del secolo di Darwin, le novelle in esame testimoniano la diffusione in Italia delle più moderne teorie mediche sull’isteria, il magnetismo e il sonnambulismo e gli effetti sulle tecniche narrative. “Le Appassionate”, ritratte con la precisione analitica dello scienziato dimezzato e lo sguardo del fotografo dilettante, contribuiscono a costruire il paradigma della donna isterica nel secondo Ottocento.
Pag. 111-122
 


DORA MARCHESE, Riscritture capuaniane di novelle verghiane sulla giustizia
Il tema della giustizia è sempre stato caro a Verga che lo ha trattato sia negli scritti giovanili che in quelli della maturità. Anche Capuana ha scritto novelle in cui si affronta il tema della giustizia, ma mentre in alcune si mostra indipendente ed originale, altre volte rivela una pedissequa dipendenza dai modelli verghiani, ripresi in maniera evidente anche se non dichiarata. È il caso di certi racconti che risentono, in particolare, della suggestione delle “Rusticane”. Altrove però Capuana ritrova autonomia ponendosi maggiormente in linea con i motivi e lo stile che lo caratterizzano: è il caso delle novelle “Il barone di Fontane Asciutte”, “Alle Assise”, “Il monumento”.
Pag. 123-142
 


GIUSEPPE DOMENICO BASILE, Ironia, pittoresco e orientalizzazioni. L’immagine della Sicilia nelle “Paesane” di Luigi Capuana
Analizzando le novelle “Don Peppantonio”, “Quacquarà” e “Il canonico Salamanca” questo intervento prova a rintracciare le spie di quella topica pittoresca che sul finire del XIX secolo caratterizzava nel dibattito pubblico un Mezzogiorno memoriale e stereotipato. Una regione dell’immaginario che si faceva ‘otherness’ rispetto alla modernità europea dell’Italia unita. Per ottenere una prima risposta sul rapporto tra Capuana e i processi italiani di auto-orientalismo si guarderà ai suddetti testi dello scrittore, mettendoli in rapporto con certa sua saggistica, nonché con i più recenti dibattiti sulle rappresentazioni orientalizzate del Mezzogiorno italiano.
Pag. 143-154
 


Capuana drammaturgo

ARNOLD CASSOLA, Luigi Capuana e i suoi rapporti con Malta
Questo contributo prende in esame i vari ‘reperti maltesi’ che si trovano presso la “Casa Museo ‘Luigi Capuana'”, di Mineo. Si tratta di notizie ricavate da cartoline spedite a Capuana da Malta; da fotografie fatte a Malta durante il suo soggiorno nell’isola dei Cavalieri nel dicembre del 1910; da dediche di libri o di fotografie fatte da Capuana ai suoi ammiratori maltesi, ma anche da dediche fattegli da italiani abitanti a Malta, nonché da una dedica fatta dallo stesso Capuana alla sua amata Adelaide Bernardini, che era rimasta in Sicilia. A questi vanno aggiunte le testimonianze ricavate dalle autobiografie di intellettuali e notabili maltesi dell’epoca, nonché dai resoconti dei vari giornali maltesi che diedero ampio spazio alla visita dell’illustre siciliano. Il tutto dimostra la grande considerazione in cui i maltesi tennero il maestro.
Pag. 157-176
 


GUIDO NICASTRO, Gli atti unici di Capuana tra Verga e Pirandello
Dopo alcune considerazioni teoriche sull’atto unico, la relazione prende in esame gli esempi maggiori del teatro fine ottocento, “Cavalleria rusticana” e “Il rosario”. Quindi passa in rassegna gli atti unici di Capuana evidenziando la novità (teatro psicologico, fantastico) che essi rappresentano rispetto al teatro del tempo legato a moduli naturalistici.
Pag. 177-186
 


ALDO MARIA MORACE, Capuana e il teatro in versi
L’opera di un autore polimorfico e amante dello sperimentalismo come Luigi Capuana presenta ancora aspetti poco conosciuti come quello del teatro in versi. Eppure il suo interesse in questo campo risale alla giovinezza quando sognava di divenire lo Shakespeare italiano. Dopo un’accurata analisi del dramma “Sordello”, in cui si riscontrano perizia narrativa e competenza drammaturgica, il contributo si sofferma su composizioni come “Ghisola”, “Garibaldi”, “Piccolo archivio”, “Semiritmi”, “Rospus/Milda”, non tralasciando la tardiva produzione di libretti d’opera. Opere queste che confermano l’oscillare dello sperimentalismo capuaniano tra tensione verso il nuovo e adeguamento alle richieste dell’industria culturale.
Pag. 187-214
 


CINZIA EMMI, La voce di “Giacinta”: sulla lingua del dramma eponimo
Capuana rivela acume nella creazione di Giacinta, finalizzata a inquadrare la condizione femminile del tempo nella società borghese. Nel saggio, attraverso l’analisi linguistica, retorica e tematica della riduzione teatrale eponima e del suo ms., si delinea il carattere del personaggio e l’opposizione tra essere e apparire. Dal lessico della follia e da quello della malattia si ricava quanto l’equilibrio psico-fisico di Giacinta sia compromesso e la spinga verso l’accettazione di un destino inesorabile con autocoscienza.
Pag. 215-225
 


Annali 9

ANNALI DELLA FONDAZIONE VERGA
Anno 2016 – N. 9
(a cura di Valentina Puglisi)


VERGA E NOI. LA CRITICA, IL CANONE, LE NUOVE INTERPRETAZIONI. A CURA DI R. CASTELLANA, A. MANGANARO, P. PELLINI

ROMANO LUPERINI, Introduzione. Il ‘Terzo spazio’ dei Vinti
In questa presentazione Romano Luperini passa in rassegna i saggi contenuti nel volume, insistendo soprattutto sulle proposte di attualizzazione del testo verghiano. L’attualità di Verga, secondo Luperini, sta nella prospettiva utopica implicita nel discorso critico-negativo: le macerie del mondo dei Vinti possono diventare spazi nei quali gli sconfitti e gli emarginati di tutto il mondo trovano diritto di espressione e evocano una nuova e utopica forma di socialità.
Pag. 7-14
 


ANDREA MANGANARO, Partenze senza ritorno. Gli eroi di Verga e noi
Muovendo da un’espressione fiabesca dei “Malavoglia”, con il suo sogno di miglioramento, e la consapevolezza dell’irreversibilità del distacco, il saggio indaga il confronto dilemmatico sul restare/partire, sul ‘più’ e il ‘meglio’, provando a proiettarlo dal mondo dell’opera al nostro presente e alle nostre domande di senso. Gli eroi di Verga, con modalità diverse, appaiono figura di una nostra condizione storica, che loro scorgevano nella fase iniziale, e noi vediamo ormai compiuta.
Pag. 15-28
 


GIUSEPPE LO CASTRO, Gli incubi del narratore. “Quelli del colèra” e la logica della folla
L’articolo propone una lettura della novella verghiana “Quelli del colèra”. Partendo da un avantesto concepito per le vittime del colèra, Verga racconta piuttosto episodi di violenza contro i presunti untori. L’articolo mette in luce la coscienza scissa della comunità: il narratore si identifica con i colpevoli di pestaggi e omicidi; eppure a cinquant’anni di distanza, nella ‘chiave della memoria’ cova ancora un senso di colpa irrisolto e riaffiora l’incubo di aver commesso un eccidio efferato di vittime innocenti.
Pag. 29-42
 


GABRIELLA ALFIERI, Le ‘gamme retoriche’ del ‘non grammatico’ Verga
Verga, a lungo considerato aedo ispirato della Sicilia o goffo romanziere “mondano”, rivela, a una lettura mirata, una notevole competenza retorica, occultata in una scrittura bifronte, spesso agrammaticale, tesa a sperimentare sempre nuovi linguaggi. Alla base di questa retorica occulta si riconosce un’unica strategia: ripotenziare forma e significato, ora intaccando con lievi o vistose torsioni fonomorfologiche, lessicali o morfosintattiche costrutti usuali, ora azzerandone il senso figurato.
Pag. 43-78
 


ALESSIO BALDINI, Raccontare l’Italia plurale: ‘questione meridionale’ e immaginario morale nel Verga verista
In questo saggio sostengo che il Verga verista racconti il paesaggio morale dell’Italia moderna. Attraverso la lettura di passi tratti dai testi dei primi meridionalisti e di Pitrè e passi tratti dalla Prefazione a “I Malavoglia” e da “Fantasticheria”, mostro come il Verga verista abbandoni l’immaginario morale del nazionalismo romantico, per dare forma alla sua immaginazione liberale e al suo realismo morale, grazie ai quali può raccontare dall’interno una pluralità di orizzonti di senso divergenti ed eterogenei.
Pag. 79-102
 


FELICE RAPPAZZO, Giovanni Verga moralista e antropologo: all’ombra del realismo, verso il Novecento
Questo contributo vuol mettere in evidenza lo spazio che Verga riserva al lato oscuro delle pulsioni e degli impulsi primari degli individui e, soprattutto, delle masse. L’interpretazione di alcune opere (qui la novella “Libertà”) si arricchisce se le leggiamo con gli occhi e gli strumenti – ad esempio – di Elias Canetti e di René Girard. Senza rinunciare affatto alla rappresentazione realistica e alla verità storica, Verga indaga il fondo oscuro della civiltà, con sensibilità moderna e sguardo profondo da moralista e antropologo.
Pag. 103-118
 


FRANCESCO DE CRISTOFARO, La realtà trema. Il Verga straniato di Vaccari, Scimeca, Delbono
Lavorando su materiali e linguaggi diversi, il contributo mostra come la relazione tra «Verga e noi» sia stata articolata in tre riletture/riscritture «moderne», diverse ma accomunate da una sorta di elevazione a potenza dello «straniamento» già insito nel modello: la prima molto emozionata (l’opera “Cavalleria rusticana” di Delbono, 2012), la seconda spintamente grottesca (il “Mastro-don Gesualdo” televisivo di Vaccari, 1964), l’ultima spintamente attualizzante (il film “Malavoglia” di Scimeca, 2010).
Pag. 119-134
 


PAOLO GIOVANNETTI, Il lettore ‘immersivo’ di Verga: qualche ipotesi
Il saggio si occupa del lettore ‘prototipico’ di Verga, delle sue caratteristiche e funzioni quali vengono rimodellate dal metodo dell’impersonalità. Si tratta di prendere in considerazione il coinvolgimento immersivo, empatico, reclamato nel testo. È un’operazione critica non facile. Non c’è dubbio, infatti, che molti aspetti della tecnica narrativa verghiana chiedono al lettore un atteggiamento straniato, nella misura in cui la realtà rappresentata non può essere accolta in modo aproblematico. L’immersione nel romanzo dell’interprete, nondimeno, è un fatto necessario: senza la sua cooperazione e identificazione, la comprensione narrativa di Verga è impossibile.
Pag. 135-154
 


DANIELE GIGLIOLI, Il personaggio in lotta con l’autore: ’Ntoni ed Étienne
Può un personaggio sfuggire al suo autore? Può contrapporglisi davvero come un antagonista? Attraverso l’analisi di quattro romanzi dell’Ottocento (“I promessi sposi”, “L’Éducation sentimentale”, “I Malavoglia”, “Germinal”) il saggio si chiede se la nozione bachtiniana di extralocalità possa estendersi fino a includere il conflitto tra le coscienze linguisticamente, stilisticamente e ideologicamente alternative dell’autore e del personaggio, e indaga la dialettica tra il desiderio di dar vita a creature autonome e il desiderio di controllarle che porta gli autori a sofisticate strategie di contenimento.
Pag. 155-168
 


RICCARDO CASTELLANA, Descrizione d’ambiente e spazio sociale nel “Mastro-don Gesualdo”
La prima parte del saggio analizza le modalità della descrizione d’ambiente nel “Mastro-don Gesualdo” di Verga, con quattro esempi: il magazzino della Rubiera, la casa di Gesualdo il giorno delle nozze, palazzo Trao e palazzo Di Leyra. La specificità di queste descrizioni sta nel fatto di essere focalizzate e di servirsi di un ‘reflector character’ socialmente estraneo al contesto rappresentato. Collegando queste osservazioni alla trama e al sistema dei personaggi, viene quindi ricostruita, nella seconda parte del saggio, la sociologia implicita del “Mastro-don Gesualdo”, ricorrendo soprattutto alle categorie di Pierre Bourdieu.
Pag. 169-188
 


MATTEO DI GESÙ, Verga e il sentire mafioso. Altre annotazioni tra storia e letteratura
Alcuni studiosi hanno isolato, nel corpus verghiano, luoghi nei quali è possibile riconoscere riferimenti impliciti a dinamiche mafiose o ‘protomafiose’, ovvero a codici culturali e antropologici ascrivibili a un più generico ‘sentire mafioso’ (in alcuni episodi del “Mastro-don Gesualdo” o in novelle come “Cavalleria rusticana” e “La chiave d’oro”). Anche grazie al contributo di alcuni studi recenti, questo intervento intende provare ad aggiornare il dibattito, rinnovando l’attenzione al contesto politico e culturale in cui maturò la svolta verista verghiana e tornando a riflettere sulle oscillazioni tra pittoresco e antipittoresco del Verga siciliano.
Pag. 189-202
 


Annali 10

ANNALI DELLA FONDAZIONE VERGA
Anno 2017 – N. 10
(a cura di Valentina Puglisi)


MOTI POPOLARI NELLA LETTERATURA ITALIANA TRA UNITÀ E PRIMA GUERRA MONDIALE, A CURA DI NICOLÒ MINEO

ALESSANDRO MERCI , «Come disperar della plebe»: Carducci e il mito infranto del popolo nazionale
L’articolo analizza l’evoluzione del mito risorgimentale del popolo-nazione nell’opera di Carducci, evidenziando il graduale passaggio dall’esaltazione giovanile della ‘canaglia’ in chiave dichiaratamente antiborghese alla celebrazione della monarchia. Tale evoluzione, dettata dal timore della lotta di classe e di un socialismo sempre più dimentico dei valori risorgimentali, non rappresenta un tradimento degli ideali giovanili, ma una loro reinterpretazione, coerente al mutato clima politico.
Pag. 9-26
 


CLARA ALLASIA, «Stanga, Quibio, Cràstino […] oggi sono degli spostati»: Giovanni Cena e il risorgimento nelle soffitte di Via San Donato
Il contributo vuole analizzare la genesi dei personaggi del romanzo “Gli Ammonitori” di Giovanni Cena, verificando come l’aeropoli non sia solo il luogo in cui si rappresenta una tragedia collettiva e sociale “au début du siècle”, ma anche quello in cui, assai più amaramente, si constata il fallimento del risorgimento. Cena infatti sottopone, per sua stessa ammissione, tutti i personaggi più giovani a un doppio processo di identificazione, conferendo loro da un lato fattezze e tratti caratteriali di «personaggi presi dal vero, con qualche modificazione», dall’altro caratteristiche, opportunamente impoverite, di «figure nobili e belle», di eroi della lunga e dolorosa epopea risorgimentale.
Pag. 27-44
 


FABIANA SAVORGNAN CERGNEU DI BRAZZÀ, L’idea di popolo nella narrativa di Caterina Percoto
Il contributo vuole delineare la concezione del popolo della scrittrice friulana Caterina Percoto. Attraverso l’analisi dei suoi “Racconti” e corrispondenze anche inedite, si mette in luce la particolare visione della scrittrice nell’ottica del periodo storico risorgimentale cui appartenne. Emerge un’idea egalitaria e onnicomprensiva del popolo, in cui anche il ruolo della donna viene rivalutato e considerato come centro propulsore della società civile.
Pag. 45-62
 


NICOLÒ MINEO, Per una rilettura di “Libertà” di Giovanni Verga
Nella narrazione dei fatti svoltisi nell’agosto 1860 a Bronte Verga, come in tutte le sue opere più grandi, attraverso una straordinaria densità rappresentativa e una profonda fusione di livelli di significato, fa emergere nella realtà storica un significato di fondo: la destinazione all’immutabilità, la vita come natura.
Pag. 63-102
 


MARIO TROPEA, “Sull’Oceano” e ‘della leggera’. Aspetti dell’emigrazione in letteratura: De Amicis, Pascoli, Campana (e Emilio Salgari)
Il fenomeno dell’emigrazione interessò largamente l’Italia dalla seconda metà dell’Ottocento fino alla Unità e oltre. Nel saggio vengono presi in considerazione alcuni scrittori che, per varie ragioni, ne parlano nelle loro opere. Edmondo De Amicis fu inviato dal suo editore su una nave che andava nelle Americhe per studiare e descrivere le condizioni degli emigranti che lì si recavano. Pascoli fu il vero e proprio poeta dell’emigrazione in poemetti come “Italy” e “Pietole” e in vari discorsi delle “Prose”. Dino Campana fu emigrante in proprio in argentina ma anche in Svizzera nei suoi vagabondaggi di poeta, e in cerca di lavoro. Anche in altri scrittori di interessi sociali o in narratori come Salgari, per es., il tema è presente, e diede frutti interessanti dal punto di vista letterario.
Pag. 103-154
 


EMANUELA BUFACCHI, «’O cannone fa buh buh!». Note sui moti del ’98 a Napoli tra Cronaca e letteratura
Si indagano le tracce lasciate dai moti napoletani del ’98 nella letteratura coeva. È soprattutto l’eco prodotta dallo stato d’assedio a ripercuotersi sulla materia letteraria: dal dialogo fantastico tra il ministro Rudinì e il prefetto Cavasola inscenato da Scarfoglio al più noto coro di nullatenenti di russo, fino alle invenzioni satiriche del direttore del «San Carlino». Di particolare rilievo restano infine gli accenni presenti nella produzione di Giovanni Bovio.
Pag. 155-192
 


DORA MARCHESE, Memorie Familiari tra Risorgimento e Primo Novecento in uno scritto inedito di Adelaide Bernardini
Si analizza uno scritto memoriale inedito di Adelaide Bernardini, qui integralmente riportato. Narrando le sorti di un cimelio storico e familiare, un baule a lei appartenuto, l’autrice rievoca luoghi ed eventi salienti per il processo di liberazione e di unificazione dell’Italia: dalla repubblica partenopea del 1799, ai moti umbri del 1848-’49; dall’impresa garibaldina del 1867 per l’indipendenza di Roma, sino alla contemporaneità in cui, attraverso il racconto del viaggio compiuto dal marito Luigi Capuana a Malta nel 1910, si mettono in evidenza l’impegno e la collaborazione dei coniugi Capuana-Bernardini con i patrioti e i nazionalisti maltesi, siciliani e italiani.
Pag. 193-210
 


ALDO MARIA MORACE, Verso la Grande Guerra. Ribellismo e colonialismo
Arte e politica in Capuana, facendo perno su “Ribelli” (1908): opera mancata, ma interessante per i suoi aspetti ideologici, marcati da una acuta insofferenza verso il socialismo e da un nazionalismo a forte impronta colonialista, dei quali si coglie la presenza negli scrittori coevi, “in limine” alla grande guerra.
Pag. 211-232
 


LAURA NAY, «Un guizzo di fiamma nella prigione del lucido cristallo»: «Per l’idea» Letteratura e Socialismo a Torino
Fra il febbraio 1896 e il dicembre 1897 un gruppo di intellettuali torinesi sotto la guida di Gustavo Balsamo-Crivelli diede vita a «Per l’idea. Supplemento mensile letterario al grido del Popolo». Sulle colonne di questa rivista, che aveva tutte le caratteristiche per essere considerata un esperimento di letteratura socialista, si affrontarono temi e si condussero battaglie sociali sperimentando modi e forme della nuova letteratura che sarebbero rimasti anche dopo la chiusura della coraggiosa testata.
Pag. 233-250
 


SILVIA ZOPPI GARAMPI, «La vita nova» (1895-1896): la letteratura nella nascita della democrazia cristiana di Romolo Murri
Romolo Murri – un cattolico capace di guardare lontano – tra il 1894 e il 1895 fonda a Roma la rivista «La vita nova» con la volontà di radunare, coordinare e formare i giovani studenti cattolici italiani per una futura azione culturale che mirasse alla riorganizzazione della società italiana. Nell’articolo si analizzano i riferimenti letterari che la rivista elesse a sostegno dei propri obiettivi e al valore che l’arte assunse nel programma che preparava la nascita del movimento politico della democrazia cristiana.
Pag. 251-272
 


GIUSEPPE TRAINA, “Rubè” di Borgese, «inquieto e inquietante» romanzo dell’ambivalenza
Nel romanzo “Rubè” il tema delle rivolte popolari successive alla Prima Guerra Mondiale si intreccia strettamente con la situazione psicologica del protagonista, reduce dalla guerra e sempre incerto sulle sue scelte politiche. Nel saggio si analizza come Borgese costruisce la narrazione sfruttando positivamente l’ambiguità fra i diversi punti di vista: del narratore esterno, del protagonista, degli altri personaggi principali del romanzo.
Pag. 273-290
 


LUIGI MARSEGLIA, La “Jacquerie” e la rivoluzione ‘pacifica’ negli scritti di Tommaso Fiore
Il saggio si occupa dell’idea di rivoluzione presente negli scritti di Tommaso Fiore e muove dall’analisi delle forme di ribellione presenti, nella vita come nella letteratura, negli anni venti del Novecento in Puglia. La rivoluzione appare possibile al letterato pugliese nella forma esclusiva della “jacquerie”, in una pessimistica visione rinunciataria, preludio dell’orientarsi verso il concetto di ‘rivoluzione pacifica’, presente e nutrito a vario titolo dai meridionalisti con cui Fiore dialoga e si confronta (Gobetti, Salvemini, Dorso etc.). La ‘protesta’ dei combattenti, di cui pure egli è interprete, vive sfiorata dalla incredulità e dalla disillusione. Sono questi, in parte, i temi che prendono corpo in una “narratio” spesso percorsa dal distacco ironico, articolata secondo schemi dialogici, animata anche dal rinvio simbolico della fiaba (“Il Cafone all’inferno”), e contrastiva per lo scarto in essa presente tra la bellezza delle descrizioni dei luoghi e il sostrato ideologico sotteso al discorso condotto.
Pag. 291-304
 


ROSANNA LAVOPA, «Ispirato dal vero»: Francesco Bernardini e la letteratura di brigantaggio
Nella novella “L’amante del bandito”, Bernardini – uno dei più ferventi intellettuali della “koinè” letteraria pugliese di fine Ottocento – intende riflettere sulla questione del brigantaggio meridionale: risalendo fino alle radici storiche di tale ‘movimento’ popolare e dispogliandolo del carattere mitico, tipicamente romantico, avanza una poetica del ‘vero’, in cui la figura del brigante si fa emblema di una realtà ormai consunta dagli illusori ideali risorgimentali.
Pag. 305-320
 


RENATA COTRONE , «Fare opera d’arte insieme»: Tommaso Fiore e la realtà culturale del Sud
Il presente saggio, attraverso l’analisi del sussidiario regionale “Arsa Puglia”, tratta dello spiccato interesse di Tommaso Fiore per la realtà culturale, folclorica ed economico-sociale del territorio pugliese. Senonché il volume, nato in conseguenza dell’ordinamento gentiliano in tema di istruzione popolare, assume i connotati di una operazione del tutto nuova. Si configura infatti, in tempi di palese deriva autoritaria, come iniziativa di protesta e impegno politico a favore delle masse del Sud; e, al contempo, diventa ricerca e testimonianza diretta dell’esistenza di una forma inedita di creatività estetica: quella che affiora da un mondo trascurato dalla storia, in cui l’asprezza del lavoro e la lotta per la sopravvivenza rendono inaggirabile e quasi consuetudinaria l’esperienza del sacrificio e l’accettazione del tragico.
Pag. 321-338
 


CINZIA GALLO, Moti e rivolte popolari nel Risorgimento di Vincenzo Consolo
L’intervento sottolinea la centralità dei moti risorgimentali nelle opere di Consolo, da “Un filo d’erba al margine del feudo” a “Nottetempo casa per casa”. Essi determinano le scelte linguistiche ed espressive di Consolo che, da una parte, si distacca da Verga, dall’altra si richiama a Pirandello e Pisacane. Egli riflette, inoltre, sui condizionamenti della storia ufficiale e sulla distanza fra scrivere e narrare, nodo fondamentale della sua poetica.
Pag. 339-358
 


SEZIONE LIBERA

GIOVANNA ALFONZETTI, Cortesia di ‘genere’ diverso: “Marina” ed “Enrichetto”, tra galatei e romanzi di formazione
Si cercheranno di individuare le differenze più significative tra due galatei postunitari scritti dallo stesso autore, Costantino Rodella, ma rivolti uno a un pubblico maschile (“Enrichetto, ossia il galateo del fanciullo”), l’altro a quello femminile (“Marina, ossia il galateo della fanciulla”). Ci si soffermerà in particolare su tre aspetti: (i) le caratteristiche sia fisiche che caratteriali attribuite ai due protagonisti; (ii) le loro modalità espressivo-comunicative; (iii) il ruolo sociale cui approderanno alla fine del loro percorso formativo. Lo scopo è ricostruire il profilo di donna proposto come modello da emulare in questi due galatei che presentano alcuni dei tratti tipici dei romanzi di formazione e che, come tutti i galatei morali postunitari, furono usati come strumenti al servizio del progetto di “nation bildung” del nuovo regno.
Pag. 361-384
 


DARIA MOTTA, Studio preliminare per l’edizione critica di “Una peccatrice”
Il romanzo “Una peccatrice”, del 1866, è il primo testo di argomento contemporaneo in cui Verga affronta il tema intimo e di introspezione psicologica. Scritto a Catania nell’imminenza del primo soggiorno fiorentino, è probabile che il testo sia stato rivisto proprio nella città toscana e che dovesse rappresentare nelle intenzioni dell’autore il primo capitolo di un ciclo che sarebbe poi continuato con Frine, l’abbozzo antesignano di Eva. L’articolo ricostruisce l’iter che condusse alla stesura definitiva del romanzo, poi rinnegato dallo stesso autore e bollato come un ‘peccato di gioventù’, seguendone le tracce nelle lettere edite ed inedite di Verga e analizzando le vicende editoriali della pubblicazione. si illustra inoltre la situazione degli autografi – conservati per la maggior parte presso la Biblioteca regionale universitaria di Catania e in parte nel Fondo Mondadori e nelle carte descritte nell’inventario Foglieni delle Carte ex Vito Perroni – e i rapporti tra i testimoni del testo, presentando i criteri che si stanno seguendo per approntare l’edizione critica.
Pag. 385-418
 


ROSARIA SARDO, Capuana tra questione della Fiaba e questione della lingua
La dicotomia dialetto/folklore e letterarietà/lingua standard – presente in tutta la storia della fiaba italiana, sia popolare, sia d’autore, da Straparola e Basile in poi – trova nella ricca produzione fiabesca di Capuana soluzioni espressive interessanti, nell’arco di un trentennio cruciale per la storia linguistica italiana. Si parte da un esordio piuttosto tradizionale, fortemente toscanista e ancorato a moduli narrativi tradizionali, fino a un colorito locale più disinvolto e a moduli fiabeschi sperimentali nel primo decennio del novecento. Sottilmente legate a tali scelte appaiono quelle di Pitrè nelle “Novelline popolari” del 1873: la sua scelta del dialetto con tantissime note in italiano, appare come l’altra faccia della medaglia della scelta del toscano da parte di Capuana, che nasconde all’interno di un tessuto narrativo fortemente toscanista un fondo importante di «dialetto nascosto».
Pag. 419-440
 


AGNESE AMADURI, Documenti dal fronte: l’epistolario di Federico De Roberto e i suoi ‘racconti di guerra’
Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Federico de Roberto stava attraversando una fase di astenia creativa, dalla quale uscì proprio grazie al conflitto bellico. Tra il 1919 e il 1923 egli pubblicò nove racconti di diversa qualità artistica, con alcuni vertici di assoluta maestria (“La paura”, in primis, o “Il rifugio”). Come era sua consuetudine, l’autore attinse il più possibile alla realtà attraverso una meticolosa opera di documentazione. Scorrendo l’intero epistolario dello scrittore, l’articolo fornisce una disamina dettagliata dei suoi corrispondenti che parteciparono al conflitto e che gli fornirono testimonianza di esso, attraverso le lettere spedite dal fronte. Il presente lavoro arricchisce, dunque, la ricostruzione delle fonti utilizzate da De Roberto per comporre il proprio immaginario bellico. Tra il materiale inedito è presente una lettera, del 1915, inviata dallo scrittore a un amico in zona di guerra: essa pare essere l’unica missiva derobertiana diretta al fronte superstite ma sconosciuta alla critica.
Pag. 441-460